Apple volta pagina. Dopo quasi due decenni di dipendenza produttiva dalla Cina, il colosso californiano ha deciso di trasferire interamente in India l’assemblaggio di tutti gli iPhone destinati al mercato statunitense entro il 2026. Lo rivela il Financial Times, che cita fonti vicine al dossier, descrivendo una strategia tanto audace quanto accelerata: raddoppiare la capacità produttiva in India in poco più di un anno, fino a coprire l’intera domanda americana – oltre 60 milioni di unità l’anno.
Una sfida logistica e industriale imponente, se si considera che Apple ha impiegato quasi vent’anni per costruire la sua attuale rete produttiva in Cina, incentrata su partnership strategiche come quella con Foxconn, il più grande assemblatore al mondo di dispositivi elettronici. Tuttavia, il contesto internazionale sta imponendo un cambio di passo radicale.
Una risposta alla nuova guerra commerciale
A trainare la decisione è l’escalation delle tensioni tra Stati Uniti e Cina. Con il ritorno in prima linea dell’ex presidente Donald Trump, si è riaperta una stagione di guerra commerciale: dazi del 145% imposti su una vasta gamma di importazioni cinesi, cui Pechino ha risposto con una tassazione del 125% sui prodotti americani. Apple, nel mirino delle nuove tariffe, ha già avviato l’accelerazione delle spedizioni di iPhone dall’India fin da aprile, pur approfittando della momentanea esenzione concessa dal governo USA sui dispositivi elettronici.
Le ripercussioni sui mercati non si sono fatte attendere: circa 700 miliardi di dollari sono andati in fumo nella capitalizzazione di mercato del gruppo californiano, a conferma di quanto sia elevato il rischio sistemico legato alla dipendenza da Pechino.
L’India come nuovo hub tecnologico globale
Negli ultimi anni, Apple ha incrementato con decisione la sua presenza produttiva in India, coinvolgendo in prima linea Foxconn e il colosso indiano Tata Electronics. Quest’ultimo è ormai partner chiave nello sviluppo della filiera locale, mentre lo Stato indiano – sotto la guida del primo ministro Narendra Modi – ha avviato un’ampia strategia di attrazione degli investimenti esteri nel settore manifatturiero, attraverso incentivi fiscali, zone economiche speciali e semplificazioni regolatorie.
L’India sta diventando il nuovo epicentro della produzione tecnologica globale: manodopera qualificata, costi competitivi e crescente stabilità politica fanno del subcontinente un terreno fertile per le multinazionali occidentali, sempre più restie ad affidarsi unicamente alla Cina.
Apple non è un caso isolato. Anche Google, Amazon e Meta hanno ampliato le loro attività in India. Più recentemente, Elon Musk, attraverso la sua azienda Starlink, ha firmato accordi con due dei principali operatori di telecomunicazioni indiani per portare l’internet satellitare nelle aree rurali del Paese.
Diplomazia e commercio: l’asse Washington-Nuova Delhi
Il riposizionamento industriale si inserisce in una più ampia cornice geopolitica. Nelle scorse settimane, il vicepresidente americano J.D. Vance ha compiuto una visita ufficiale di quattro giorni in India, incontrando Modi nella residenza di New Delhi, con l’obiettivo di consolidare i rapporti bilaterali e gettare le basi per un accordo commerciale strategico.
La posta in gioco è alta: evitare i dazi reciproci e raddoppiare l’interscambio USA-India a 500 miliardi di dollari entro il 2030. Il vertice si è concluso con una cena ufficiale e, secondo la Casa Bianca, ha prodotto “progressi significativi” nei dossier chiave di commercio, difesa, energia e tecnologia.
La collaborazione con gli Stati Uniti rappresenta per l’India un’opportunità cruciale per consolidare il proprio ruolo come hub industriale alternativo alla Cina, generare nuova occupazione e rilanciare la crescita economica attraverso l’export. Tuttavia, Nuova Delhi deve affrontare una sfida complessa: difendere i propri settori vulnerabili – dall’agroalimentare alla gioielleria – dall’impatto di dazi potenzialmente devastanti.
Verso un nuovo equilibrio globale
La scelta di Apple è altamente simbolica: non si tratta soltanto di una decisione industriale, ma di un indicatore potente dei nuovi equilibri della globalizzazione. L’epoca dell’unipolarismo cinese nella manifattura high-tech sembra volgere al termine, sostituita da un modello multipolare in cui India, Vietnam, Indonesia e Messico giocano un ruolo sempre più rilevante.
Cupertino, da sempre attenta a non schierarsi apertamente nelle dispute geopolitiche, si muove ora con decisione, guidata dalla necessità di tutelare la propria supply chain in un contesto sempre più incerto. Il futuro dell’elettronica di consumo si giocherà a sud dell’Himalaya.
