Nel giorno della sua morte, il Papa che per primo nella storia ha celebrato una messa pubblica in Medio Oriente — era il 2019 ad Abu Dhabi — ha ricevuto gli omaggi unanimi dei leader del mondo islamico. Un tributo corale, che ha attraversato l’intera regione, dai Paesi del Golfo al Maghreb, passando per l’Asia centrale.
Un silenzio tuttavia risuona forte: quello del governo israeliano. A fine giornata, infatti, nessun messaggio ufficiale è giunto da Gerusalemme, né da parte del primo ministro Benyamin Netanyahu, né da altri rappresentanti dell’esecutivo.
Un’assenza che si inserisce in un contesto già segnato da tensioni. A esprimere con nettezza il malessere di una parte del mondo ebraico è stato Alexander Meloni, rabbino capo della comunità ebraica di Trieste:
“È stato un Papa estremamente problematico per l’ebraismo — ha dichiarato — un pontefice che ha riaperto questioni sensibili nei rapporti tra cristianesimo ed ebraismo, lasciando cicatrici profonde, soprattutto alla luce delle sue prese di posizione successive al 7 ottobre.”
Il riferimento è alle dichiarazioni del Papa in merito al conflitto tra Israele e Hamas, che in più occasioni hanno suscitato perplessità e critiche da parte delle comunità ebraiche, italiane e internazionali. In particolare, sono state giudicate sbilanciate o insufficientemente attente alla sofferenza israeliana, specie in seguito agli attacchi terroristici che hanno insanguinato il Paese.
Il caso riaccende una frizione latente nei rapporti interreligiosi tra Vaticano e Stato d’Israele, mai del tutto sanata e ora nuovamente esposta alle ferite della geopolitica. Il contrasto tra il caloroso saluto del mondo islamico e il silenzio israeliano, insieme al giudizio netto del rabbino triestino, offre uno spaccato eloquente della complessità che ancora oggi attraversa il dialogo tra fedi.
