5 Novembre 2026, giovedì
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La fine della globalizzazione e il ritorno degli Imperi

Dal protezionismo americano alla crescita dei BRICS, il mondo si riorganizza attorno a nuove aree di potere economico e politico. Mentre la globalizzazione arretra, l'Europa resta schiacciata tra i nuovi protagonisti dello scenario internazionale, attraversata da crisi industriale, tensioni sociali e trasformazioni tecnologiche. E nella politica degli slogan, la verità lascia il posto alla realtà dei fatti.

A cura di Gilberto Borzini

Pochi forse ricordano l’Accordo di Ottawa firmato nel 1932 in cui il decadente Impero britannico strutturava delle regole rigide all’interno del Commonwealth. L’ accordo nacque per contrastare la crisi economica del 1929, stimolando il commercio interno all’Impero e garantendo mercati sicuri per le materie prime e i prodotti agricoli dei dominions (come il Canada, l’Australia e la Nuova Zelanda) in cambio di sconti sulle merci industriali britanniche  e  prevedeva un sistema di tariffe doganali agevolate all’interno dell’Impero Britannico. I paesi membri applicavano dazi ridotti o nulli alle merci provenienti dagli altri territori del Commonwealth, mantenendo invece tariffe protettive più alte verso le merci dei paesi esterni.

Quel che resta della globalizzazione

Oggi osserviamo con facilità, e sgomento, come la medesima reazione di “chiusura a riccio” investa l’Impero (decadente) degli USA in cui dopo svariate, successive e rapide crisi finanziarie, da quella dei Junk Funds del 2008 all’attuale possibile default del debito pubblico passando dalla pandemia Covid, l’Impero impone dazi alle merci non prodotte negli USA, offre condizioni altrove inarrivabili per le imprese che delocalizzano la produzione in favore del territorio statunitense, avvia un nuovo protezionismo economico che include un consistente isolazionismo politico facendo strame di quello che fino a pochi anni fa consideravamo normale, ovvero un mondo economicamente globale e globalizzato.

A fronte della mossa protezionista trumpiana il resto del mondo si definisce, a sua volta, in “Imperi Chiusi”, dove i Brics commerciano e dialogano tra loro definendo anche forme dell’economia monetaria e valutaria sganciate dalla sfera del dollaro americano.

Sullo sfondo di questi due imperi prevalenti, USA e Brics, si muovono le Americhe meridionali, l’Africa e il Medio Oriente, attraversato da una crisi sistemica di amplissima portata che coinvolge l’intero quadrante che dall’Egitto raggiunge il Pakistan passando per l’Arabia Saudita.

Il viaggio del Papa

All’interno di questa prospettiva non sfugge come il prossimo viaggio papale in Perù, Argentina e Uruguay si tinga anche di prospettive politiche, affermando Leone XIV il medesimo messaggio che fu di Francesco, ovvero una aperta avversione nei confronti dell’economia speculativa caratteristica del neoliberismo di cui gli USA sono i principali portavoce.

Come reagiranno gli USA trumpiani a fronte di una diversa appartenenza economica, sistemica e politica dei Paesi latinoamericani? Che impatto potrà avere l’impronta vaticana sulle dinamiche politiche e elettorale del Sud America, soprattutto dopo che la politica imperialista di Trump ha acquisito con la violenza il ricco petrolio venezuelano e affama Cuba con rinnovate, pesanti sanzioni ?

In un mondo che viaggia speditamente verso la contrapposizione tra Imperi chiusi come evolveranno economia  e politica?

Europa in trappola

Ci troviamo nel mezzo, schiacciati tra due montagne che si muovono avendo per obiettivo la conquista attraverso l’impoverimento del nostro piccolo, vecchio continente, utile in quanto dispensatore di 400 e passa milioni di consumatori.

Gli “Imperi chiusi” con cui ci confrontiamo, o vorremmo confrontarci, dispongono di industrie, materie prime, tecnologie, missili e satelliti, reti informatiche e prospettive di futuro: noi, al momento, sembriamo sempre più una landa abbandonata, salvo preziose eccellenze sparse qua e  là. La crisi dell’Automotive appiattisce l’industria continentale, la piccola Italia rischia di perdere persino l’acciaio e la siderurgia, il disagio attraversa il continente con le manifestazioni studentesche in Francia, degli Inquilini in Spagna, degli Operai in Italia, dei delusi dalle politiche sociali in Germania: l’impatto della crisi economica, che rischia di peggiorare sensibilmente nel prossimo semestre, si traduce in protesta sociale e politica. Più che un Continente in cerca di futuro oggi l’Europa embra essere tornata in quell’ottocento in cui la Rivoluzione Industriale generava attese e aspettative politiche con moti popolari ripetuti e costanti, dal ’21 al ’31 al ’48 fino alla Comune di Parigi del ’61, e facendo le debite proporzioni possiamo affermare che l’avvento dell’AI nel sistema produttivo sarà alla base di convulsioni sociali di portata ancora più profonda.

Le verità nascoste

Tornando a Tayllerand è ormai palese che nessun politico, di nessuna parte del mondo e in qualsiasi latitudine, afferma oggi pubblicamente il suo pensiero reale (sempre che ne abbia uno), ma si limita a lanciare slogan, parole d’ordine facilmente rinnegabili, in modelli di comunicazione emblematici per doppiezza, ipocrisia e contradditorietà.

Così c’è chi arriva al potere schierandosi contro l’UE per poi rimangiarsi tutta la dinamica affermata in campagna elettorale per divenire pappa e ciccia con il gotha di Bruxelles, o c’è chi predica la pace preparando contemporaneamente la guerra, chi minaccia devastanti bombardamenti sapendo di avere esaurito le cartucce, chi finge di essere stato aggredito dopo avere organizzato la propria aggressione, chi vieta l’acquisto di Gas Metano ma lascia libero quello del GNL, chi propone di riformare i percorsi scolastici mentre le scuole vanno a pezzi: ovunque si giri lo sguardo è divenuto  difficile e complesso, se non impossibile, individuare una possibile verità dietro ai muri di parole che vengono dispensati ad ogni ora di ogni giorno.

Così si giunge ad una sola possibile conclusione: la verità non esiste.

Esiste, invece, la realtà, esistono i fatti nella loro concretezza e dovremmo imparare tutti a leggere i fatti e non le relative interpretazioni che vengono spacciate per verità.

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