6 Novembre 2026, venerdì
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Manovra, la spending review presenta il conto: 4,7 miliardi di tagli ai ministeri in tre anni

Dalla legge di Bilancio arriva una nuova sforbiciata alla spesa pubblica: 1,62 miliardi nel 2027, 1,23 nel 2028 e 1,84 nel 2029. A pagare il prezzo più alto sarà il ministero dell’Economia, seguito da Trasporti e Interno. Il governo promette razionalizzazione ed efficienza, ma resta da capire come intenda garantire servizi e investimenti con meno risorse. Per ora, più che una strategia, sembra l’ennesima operazione di maquillage contabile.

La spending review torna a occupare un posto centrale nella legge di Bilancio, ma questa volta il conto presentato ai ministeri è particolarmente salato. Il governo ha programmato una riduzione complessiva delle risorse pari a circa 4,7 miliardi di euro nel triennio 2027-2029. Una cifra tutt’altro che marginale, soprattutto se si considera che a essere interessata è la spesa destinata agli interventi in conto capitale, quella che dovrebbe sostenere investimenti, infrastrutture, ammodernamento delle strutture pubbliche e capacità operativa delle amministrazioni.

La distribuzione dei tagli non sarà uniforme. La manovra prevede una riduzione degli stanziamenti pari a 1,62 miliardi nel 2027, 1,23 miliardi nel 2028 e 1,84 miliardi nel 2029. Il sacrificio maggiore viene richiesto al ministero dell’Economia, seguito da quello delle Infrastrutture e dei Trasporti e dal ministero dell’Interno. Una graduatoria che non può essere liquidata come una semplice questione di ragioneria: dietro ogni capitolo di bilancio ci sono programmi, opere, servizi e impegni amministrativi che rischiano di essere ridimensionati.

La motivazione ufficiale è quella, ormai diventata una formula ricorrente nel lessico delle manovre finanziarie, di «efficientare e migliorare le capacità di programmazione degli interventi relativi alle spese in conto capitale». Espressione elegante, certamente, ma che non scioglie il nodo politico fondamentale: quali interventi saranno sacrificati, quali investimenti verranno rinviati e quali amministrazioni dovranno fare i conti con una disponibilità finanziaria più ridotta?

Perché ridurre la spesa non equivale automaticamente a renderla più efficiente. La razionalizzazione è un obiettivo condivisibile quando elimina sprechi, sovrapposizioni, inefficienze e spese improduttive. Diventa invece un esercizio molto meno convincente quando si traduce in una riduzione degli stanziamenti senza che siano chiaramente indicati i criteri con cui si distinguono le spese inutili da quelle necessarie. Il rischio, in questo caso, è che la spending review finisca per essere soprattutto una spending cut: meno risorse, senza una dimostrazione altrettanto evidente di una maggiore qualità della spesa.

E qui emerge la contraddizione politica della manovra. Da una parte si annuncia la necessità di sostenere la crescita, accelerare gli investimenti, rafforzare le infrastrutture e rendere più efficiente la macchina pubblica. Dall’altra si interviene proprio sulle risorse destinate alla spesa in conto capitale, chiedendo ai ministeri di fare i conti con una disponibilità sensibilmente inferiore. Non è impossibile conciliare le due esigenze, ma servono scelte precise, una programmazione credibile e soprattutto la capacità di spiegare dove si intende intervenire e con quali conseguenze.

Il capitolo più delicato riguarda il ministero dell’Economia, sul quale ricade la quota più consistente della riduzione. Seguono Trasporti e Interno, due dicasteri che hanno competenze strategiche per il funzionamento del Paese. Nel primo caso il tema degli investimenti infrastrutturali e della mobilità è particolarmente sensibile, soprattutto in una fase in cui l’Italia avrebbe bisogno di continuità nella realizzazione delle opere e di una programmazione che non proceda a singhiozzo. Nel secondo, la questione riguarda la capacità di sostenere gli apparati amministrativi e le strutture chiamate a garantire funzioni essenziali per la sicurezza e la presenza dello Stato sul territorio.

La manovra contempla anche un incremento delle risorse nel successivo triennio 2030-2032. Un elemento che merita attenzione, ma che non basta, da solo, a cancellare gli interrogativi sui sacrifici imposti nel periodo precedente. Rinviare una parte delle disponibilità finanziarie agli anni successivi può alleggerire temporaneamente i conti, ma non significa necessariamente risolvere i problemi. Un investimento rinviato, un’opera rallentata o un intervento ridimensionato non diventano automaticamente meno necessari soltanto perché il calendario di bilancio li colloca più avanti.

E allora la domanda è inevitabile: che cosa intende fare concretamente il governo? Perché, a guardare la fotografia della manovra, la sensazione è che l’esecutivo abbia scelto di mettersi con le pezze sul culo, cercando margini di risparmio dove le risorse possono essere ridotte, almeno sulla carta, senza affrontare fino in fondo il problema delle priorità. Una sorta di austerità presentata con il vestito buono dell’efficienza amministrativa. Si parla di razionalizzazione, si promette una migliore programmazione, si annunciano recuperi di produttività. Ma, quando si arriva alla sostanza, il risultato immediatamente leggibile è uno solo: 4,7 miliardi in meno ai ministeri in tre anni.

Naturalmente, il governo potrà sostenere che non si tratta di tagli lineari, che le amministrazioni dovranno riorganizzare le proprie priorità e che la riduzione degli stanziamenti sarà accompagnata da una gestione più intelligente delle risorse. Ma proprio su questo terreno sarà chiamato a dimostrare la fondatezza delle proprie affermazioni. Quali sprechi verranno eliminati? Quali procedure saranno semplificate? Quali capitoli di spesa potranno essere ridimensionati senza compromettere servizi e investimenti? E soprattutto, con quali strumenti sarà verificato che i risparmi non si traducano semplicemente in opere rinviate, manutenzioni trascurate e minore capacità di intervento dello Stato?

Senza risposte puntuali, la razionalizzazione rischia di restare una parola buona per tutte le stagioni, utile soprattutto a rendere politicamente più digeribile una riduzione delle risorse. Perché l’efficienza non si misura dalla quantità di denaro sottratta ai bilanci, ma dai risultati ottenuti con quello che rimane.

La vera spending review dovrebbe partire dall’individuazione delle inefficienze, dalla revisione dei programmi che non funzionano e dalla valutazione dell’impatto della spesa pubblica. In assenza di un percorso trasparente, il taglio rischia invece di diventare un obiettivo in sé, indipendentemente dalle conseguenze. E non sarebbe esattamente il segnale di una politica economica particolarmente lungimirante.

Per il momento, dunque, il governo mette sul tavolo una cifra importante e la accompagna con il consueto repertorio di parole rassicuranti. La prova dei fatti arriverà quando i ministeri dovranno tradurre quelle riduzioni in decisioni concrete e quando cittadini e imprese potranno verificare se la promessa di maggiore efficienza avrà prodotto risultati oppure soltanto nuovi rinvii.

Nel frattempo, resta una certezza: i miliardi da risparmiare sono stati quantificati. Quello che ancora manca è una spiegazione altrettanto convincente di come si intenda farlo senza presentare il conto, prima o poi, al Paese. Perché, se dietro i proclami sulla razionalizzazione non c’è una strategia verificabile, si rischia di assistere all’ennesima operazione di aria fritta: molta enfasi sui risparmi, poca chiarezza sulle conseguenze e nessuna garanzia che, alla fine, l’Italia avrà davvero una pubblica amministrazione più efficiente.

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