A cura di Daniele Cappa
C’è un miliardo di euro che, secondo le stime dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, sarebbe rimasto sul tavolo dell’economia italiana in conseguenza degli scioperi e delle mobilitazioni del 30 ottobre. Una cifra imponente, sufficiente a riempire le prime pagine e ad alimentare il consueto dibattito nazionale sul costo delle proteste. Ma, come accade spesso quando si prova a tradurre in denaro un fenomeno sociale, il rischio è quello di fermarsi alla somma finale, dimenticando le ragioni che l’hanno prodotta.
I conti della Cgia meritano attenzione. Raccontano una giornata di attività rallentata, servizi interrotti, produzione mancata e disagi che si propagano ben oltre i luoghi in cui si svolgono i cortei. Tuttavia, raccontano soltanto una parte della storia. Perché uno sciopero non è un incidente di percorso, né una giornata di vacanza collettiva organizzata per sottrarsi agli obblighi professionali. È uno strumento di pressione, una forma di conflitto democratico attraverso cui lavoratori e cittadini cercano di rendere visibile un dissenso che, evidentemente, ritengono non sufficientemente ascoltato nelle sedi istituzionali.
E qui sta il punto: pretendere che una mobilitazione non produca conseguenze equivale, in buona sostanza, a chiederle di non esistere.
Il conto della Cgia: 817 milioni di perdita diretta, il miliardo considerando gli effetti indiretti
Secondo l’analisi della Cgia di Mestre, il costo economico direttamente riconducibile all’astensione dal lavoro del 30 ottobre potrebbe raggiungere gli 817 milioni di euro. Una cifra che, sommata alle ricadute indirette, porterebbe il conto complessivo vicino al miliardo.
La stima parte da un dato significativo: il valore aggiunto giornaliero prodotto in Italia, cioè la ricchezza generata dal sistema economico al netto delle imposte indirette, si aggira intorno ai 5,6 miliardi di euro. Applicando un’ipotesi di adesione allo sciopero pari al 20% dei lavoratori dipendenti, la Cgia ha calcolato il valore della produzione che potrebbe essere andato perduto.
È importante precisare che si tratta di una simulazione basata su un tasso di partecipazione ipotizzato, non di una rilevazione puntuale delle adesioni effettive in ogni territorio. Una distinzione tutt’altro che secondaria, soprattutto quando si parla di cifre destinate a entrare nel dibattito pubblico.
Il dato di 817 milioni rappresenta dunque una stima della ricchezza non prodotta a causa dell’astensione dal lavoro. Il miliardo complessivo tiene invece conto anche di una serie di effetti che non si esauriscono nelle ore di mancata attività: ritardi nelle consegne, interruzioni dei servizi, difficoltà organizzative, costi aggiuntivi per le imprese e conseguenze sulle attività economiche collegate.
Un effetto domino che può coinvolgere settori apparentemente lontani dalla protesta e che, in un’economia caratterizzata da filiere produttive interconnesse, rischia di propagarsi rapidamente.
La Lombardia paga il prezzo più alto. Lazio e Veneto sul podio delle perdite
La geografia delle perdite fotografa, almeno in parte, la struttura produttiva del Paese. Dove si concentra una maggiore quantità di attività industriali, commerciali e di servizi, maggiore è anche il valore aggiunto potenzialmente esposto alle conseguenze di uno sciopero.
Nella simulazione elaborata dalla Cgia, ipotizzando un’adesione del 20% in tutte le regioni, la Lombardia risulta il territorio maggiormente penalizzato, con una perdita stimata di 193,6 milioni di euro.
Una cifra che rappresenta quasi un quarto dell’intero valore aggiunto nazionale stimato come non prodotto. Il dato non sorprende: la Lombardia è il principale motore economico italiano, con una concentrazione particolarmente elevata di imprese, stabilimenti industriali, attività finanziarie, logistiche e commerciali. Quando il sistema produttivo rallenta, gli effetti economici si avvertono inevitabilmente con maggiore intensità.
Al secondo posto si colloca il Lazio, con 94,3 milioni di euro di valore aggiunto potenzialmente perduto. Segue il Veneto, con 75,3 milioni.
Poco distante l’Emilia-Romagna, che registra una stima di 74,6 milioni, mentre il Piemonte si attesta a 60,2 milioni.
La graduatoria restituisce una fotografia interessante: le regioni economicamente più strutturate sono anche quelle nelle quali un’interruzione significativa delle attività può generare le ricadute monetarie più consistenti.
Ma attenzione a non confondere il valore economico della produzione con il peso sociale delle rivendicazioni. Una protesta non diventa più o meno legittima a seconda del Pil della regione in cui si svolge. E il diritto di manifestare non può essere misurato con il metro della produttività territoriale.
Il disagio è parte della protesta. Altrimenti sarebbe una passeggiata
C’è un aspetto che nelle analisi puramente economiche rischia di rimanere sullo sfondo: lo sciopero nasce per interrompere una normalità che, per chi protesta, non è più accettabile.
Il suo scopo è richiamare l’attenzione, esercitare pressione, rendere tangibile il dissenso. Se tutto proseguisse esattamente come in una qualsiasi giornata lavorativa, se i servizi funzionassero regolarmente, se la produzione non subisse alcuna conseguenza e se nessuno si accorgesse della mobilitazione, quale sarebbe la sua capacità di incidere?
Una manifestazione che non disturba nessuno, che non modifica alcuna abitudine e che non produce alcuna conseguenza rischia di trasformarsi in una semplice testimonianza simbolica. Una sorta di gita parrocchiale, con tanto di striscioni e slogan, ma senza alcuna reale capacità di esercitare pressione su chi ha il potere di intervenire.
Naturalmente, questo non significa che ogni forma di disagio sia automaticamente giustificata, né che i diritti di chi sciopera possano cancellare quelli di chi deve lavorare, curarsi, studiare o spostarsi. Significa, più semplicemente, riconoscere che il conflitto sociale ha una sua fisiologia e che la protesta, per essere efficace, deve poter produrre conseguenze visibili.
Il problema, quindi, non è soltanto quanto costi uno sciopero. È anche comprendere perché così tante persone ritengano necessario ricorrere a uno strumento tanto incisivo per far sentire la propria voce.
Il conto non lo pagano soltanto le imprese: disagi per famiglie, lavoratori e cittadini
Le conseguenze economiche di una giornata di sciopero non si fermano ai cancelli delle fabbriche o agli uffici pubblici. Si riversano nella quotidianità di migliaia di persone, spesso estranee alle rivendicazioni sindacali, che devono riorganizzare tempi, spostamenti e impegni.
Quando il trasporto ferroviario merci subisce rallentamenti, i container possono restare fermi nei porti e negli interporti, le consegne slittano e le aziende si trovano a dover riprogrammare gli approvvigionamenti. In una catena produttiva costruita sulla puntualità delle forniture, anche un’interruzione limitata può generare conseguenze che si protraggono nei giorni successivi.
Le imprese, soprattutto quelle che lavorano con margini ridotti e tempi di consegna stringenti, possono essere costrette a sostenere costi supplementari per recuperare le attività non svolte. Il problema non riguarda soltanto le ore di lavoro perse, ma anche la capacità di rispettare gli impegni assunti con clienti e fornitori.
Sul fronte dei servizi, la situazione può diventare ancora più complicata.
Quando le scuole dell’infanzia e gli istituti dell’obbligo non garantiscono il normale svolgimento delle attività, molte famiglie devono trovare soluzioni alternative per accudire i figli. Per alcuni genitori significa chiedere un permesso, rinunciare a una giornata di lavoro o affidarsi a parenti e conoscenti.
Quando il trasporto pubblico si ferma o funziona a singhiozzo, i lavoratori che non aderiscono allo sciopero sono costretti a organizzarsi diversamente. L’automobile privata diventa spesso l’unica alternativa, con un aumento delle spese per carburante, parcheggi e tempi di percorrenza.
C’è poi il capitolo delle attività commerciali e dei servizi che dipendono dalla regolarità degli spostamenti. Un’interruzione dei collegamenti può ridurre il numero di clienti, ritardare gli appuntamenti e compromettere una giornata di lavoro.
È dunque vero che il costo di uno sciopero si distribuisce su una platea molto ampia. Ma sarebbe altrettanto riduttivo attribuire ogni responsabilità a chi incrocia le braccia. Il disagio coinvolge anche chi protesta, chi non protesta e chi subisce le conseguenze di decisioni che spesso vengono prese molto lontano dalla propria quotidianità.
Il diritto di sciopero non è una concessione e non deve trasformarsi in una colpa
La Cgia fa il proprio mestiere quando prova a quantificare il costo economico delle proteste. Misurare le conseguenze di un’interruzione produttiva è legittimo e persino utile per comprendere quanto siano interconnessi i diversi comparti dell’economia nazionale.
Ma c’è una linea sottile tra la rappresentazione di un costo e la costruzione di un senso di colpa collettivo. Ed è una linea che il dibattito pubblico dovrebbe evitare di oltrepassare.
Perché il lavoratore che sciopera non sta necessariamente sottraendo qualcosa alla collettività per un capriccio personale. Sta esercitando un diritto riconosciuto dall’ordinamento costituzionale, sancito dall’articolo 40 della Costituzione, che tutela lo sciopero nell’ambito delle leggi che lo regolano.
Un diritto che non può essere subordinato alla convenienza economica della singola giornata. Altrimenti, seguendo questo ragionamento, ogni mobilitazione dovrebbe essere considerata inopportuna ogni volta che produce una perdita di fatturato, rallenta un servizio o crea un problema organizzativo.
Eppure la storia delle conquiste sociali e dei diritti dei lavoratori dimostra esattamente il contrario: molte delle condizioni che oggi consideriamo normali sono state ottenute anche attraverso proteste, astensioni dal lavoro e conflitti che, al momento, venivano descritti come dannosi per l’economia.
Il punto non è negare i disagi. È evitare di utilizzare quei disagi per delegittimare chi manifesta.
La vera domanda è perché il Paese continua ad arrivare allo scontro
Davanti a un conto da un miliardo di euro, sarebbe opportuno allargare lo sguardo e spostare almeno in parte la discussione dal costo della protesta alle ragioni che la rendono necessaria.
Se una parte consistente del mondo del lavoro sente il bisogno di fermarsi, se le piazze si riempiono e se la tensione sociale cresce, non basta esibire il conto economico della giornata. Bisogna chiedersi che cosa stia succedendo nel Paese e quale sia il livello di fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Salari che faticano a tenere il passo con il costo della vita, precarietà, difficoltà nel conciliare lavoro e famiglia, incertezza sul futuro, servizi pubblici sotto pressione e una crescente percezione di distanza tra chi governa e chi affronta quotidianamente i problemi: sono temi che non scompaiono semplicemente perché un corteo si scioglie o perché i trasporti tornano a funzionare.
Non si può chiedere ai cittadini di essere comprensivi con un sistema che spesso non riesce a rispondere alle loro esigenze e, contemporaneamente, rimproverarli quando decidono di manifestare il proprio malcontento.
Se milioni di persone sono arrabbiate, se il disagio sociale cresce e se la protesta diventa l’unico strumento attraverso il quale riescono a ottenere attenzione, forse il problema non è soltanto il costo di una giornata di sciopero. Forse il problema è tutto ciò che ha preceduto quella giornata.
E, soprattutto, è legittimo domandarsi quale responsabilità abbia chi governa nel creare le condizioni per evitare che il confronto sociale degeneri continuamente in uno scontro.
Il governo non può limitarsi a osservare le conseguenze economiche delle mobilitazioni, né può considerare il ritorno alla normalità dei servizi come la soluzione di una questione che resta aperta. La normalità, per una parte dei cittadini, è proprio ciò che non funziona più.
Un miliardo di euro è una cifra importante. Ma anche il malcontento ha un costo.
La stima della Cgia offre una misura economica delle conseguenze degli scioperi del 30 ottobre. È un dato che merita di essere conosciuto, discusso e contestualizzato. Ma non può diventare l’unico parametro con cui giudicare una mobilitazione.
Perché esiste anche un costo meno facilmente quantificabile: quello della perdita di fiducia, della frustrazione accumulata, della sensazione di non essere ascoltati e della distanza crescente tra cittadini e istituzioni.
Non compare nei bilanci delle imprese, non si legge nelle tabelle del valore aggiunto e non può essere ricondotto a una cifra precisa. Ma pesa sulla tenuta sociale del Paese molto più di quanto si possa immaginare.
Dunque, bene fare i conti. Bene ricordare che ogni interruzione ha conseguenze su famiglie e imprese. Ma attenzione a non trasformare chi esercita un diritto in un imputato chiamato a giustificare il danno economico prodotto dalla propria protesta.
Il conto di uno sciopero si può calcolare. Quello di un malcontento ignorato, invece, prima o poi presenta il conto a chi ha la responsabilità di governare.
