La critica a una decisione giudiziaria è legittima. Può essere severa, circostanziata, persino radicale. In una democrazia matura, nessun provvedimento è sottratto al confronto pubblico e nessun magistrato è immune dal giudizio sull’esercizio delle proprie funzioni. Ma esiste una linea precisa, che non dovrebbe essere difficile riconoscere, oltre la quale il diritto di critica si trasforma in aggressione, l’indignazione diventa intimidazione e il dissenso degenera in una forma di violenza personale. È esattamente questa linea che, nel caso Siher, sembra essere stata abbondantemente superata.
La vicenda riguarda la gip del Tribunale di Milano Tiziana Landoni, finita al centro di una violenta campagna di insulti e attacchi sui social dopo aver disposto la scarcerazione di Youssef Siher. Una decisione giudiziaria che ha suscitato polemiche e reazioni, ma che non può in alcun modo giustificare l’esposizione pubblica della magistrata a una sequenza di offese, insinuazioni e minacce. Tanto più quando gli attacchi assumono una connotazione sessista, prendendo di mira non soltanto il ruolo istituzionale della giudice, ma anche la sua persona e la sua identità di donna.
A denunciare la gravità di quanto sta accadendo è stata l’Associazione nazionale magistrati, sezione distrettuale di Milano, che ha espresso piena solidarietà alle colleghe coinvolte, parlando senza mezzi termini di attacchi di inaudita gravità, apertamente diffamatori e caratterizzati da un’evidente matrice sessista.
Un particolare rende il quadro ancora più inquietante: nel mirino della campagna d’odio non è finita soltanto la gip Landoni. Anche la pm Francesca Crupi è stata coinvolta nella vicenda, dopo essere stata erroneamente identificata in una fotografia diffusa online e scambiata per la giudice che aveva adottato il provvedimento. Un episodio che dimostra quanto poco importi, in certi meccanismi di aggressione digitale, persino l’identità della persona presa di mira. È sufficiente individuare un volto riconducibile alla magistratura per trasformarlo nel bersaglio di rabbia, pregiudizi e risentimento.
La questione, dunque, va ben oltre il singolo procedimento e la discussione sulla scarcerazione di Siher. Riguarda il rapporto tra giustizia, informazione, libertà di espressione e responsabilità individuale nell’ecosistema digitale. Perché una cosa è contestare le motivazioni di un provvedimento, chiedere chiarimenti, discutere l’applicazione della legge o manifestare dissenso. Altra cosa è trasformare una magistrata nel bersaglio di una campagna di denigrazione personale, alimentata da commenti offensivi e contenuti minacciosi.
Il Tribunale chiede di valutare la protezione per la gip Landoni
La situazione ha assunto una dimensione tale da spingere il presidente del Tribunale di Milano, Fabio Roia, a intervenire formalmente. Il magistrato ha inviato una comunicazione al prefetto e al questore, oltre che al procuratore della Repubblica Viola e alla procuratrice generale Nanni, chiedendo di verificare se la gip Tiziana Landoni sia esposta a un livello di rischio tale da rendere necessaria l’adozione di misure di protezione.
Alla comunicazione sono stati allegati alcuni dei messaggi circolati in Rete, compresi almeno due contenuti esplicitamente minatori. Non si tratta, dunque, soltanto di una valutazione astratta sulla violenza verbale che spesso caratterizza il dibattito digitale. Ci sono elementi concreti che hanno indotto i vertici del Tribunale a investire le autorità competenti della questione, affinché venga effettuata una valutazione sul piano della sicurezza personale della magistrata.
I vertici dell’ufficio giudiziario milanese stanno inoltre monitorando i canali social e le conversazioni online per individuare ulteriori contenuti potenzialmente pericolosi. I carabinieri in servizio presso la dirigenza del Tribunale hanno già individuato una serie di frasi minatorie attraverso il controllo di post e chat. Il materiale raccolto potrà essere oggetto di segnalazioni alla Prefettura, chiamata a valutare l’eventuale predisposizione di strumenti di tutela.
È un passaggio istituzionalmente rilevante. Quando un giudice, per il solo fatto di aver esercitato la propria funzione, può diventare destinatario di minacce tali da rendere necessaria una verifica delle condizioni di sicurezza, il problema non riguarda più soltanto la persona interessata. Investe direttamente l’indipendenza della magistratura e la credibilità dello Stato.
L’Anm: la critica non può diventare un’aggressione contro le persone
Nel suo intervento, l’Anm milanese richiama un principio fondamentale: i magistrati parlano attraverso i loro provvedimenti. È una considerazione che acquista particolare significato proprio alla luce di quanto sta accadendo.
La funzione giudiziaria impone a chi la esercita di motivare le proprie decisioni secondo le regole dell’ordinamento, assumendosene la responsabilità nelle sedi previste. Il controllo sulla correttezza dei provvedimenti avviene attraverso gli strumenti processuali, le impugnazioni e il confronto giuridico. Non attraverso campagne di delegittimazione personale, aggressioni sessiste o intimidazioni affidate alla viralità dei social network.
«Si dice spesso che i magistrati parlino attraverso i loro provvedimenti e che la loro immagine personale non appartenga alla dimensione della comunicazione pubblica. Proprio per questo, quanto sta accadendo in queste ore desta particolare preoccupazione», sottolinea l’associazione.
Parole che non costituiscono una richiesta di immunità dal giudizio pubblico, ma un richiamo alla distinzione tra la funzione e la persona. Un magistrato può essere criticato per una decisione, ma non può essere sottoposto a una sorta di gogna che coinvolga la sua dignità, la sua vita personale e la sua sicurezza.
L’Anm ha quindi espresso alle colleghe piena e incondizionata solidarietà, condannando ogni forma di aggressione che, oltrepassando i confini della legittima critica, finisca per colpire la dignità delle persone e, in particolare, delle donne impegnate nell’esercizio di funzioni pubbliche.
Ma Meloni e il governo dove sono? La solidarietà istituzionale non può essere a geometria variabile
C’è tuttavia una domanda che, davanti a una vicenda di questa gravità, non può essere elusa: dove sono la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il governo? Perché non si è ancora levata, con la necessaria nettezza, una parola di solidarietà nei confronti di una magistrata che ha esercitato una funzione pubblica, adottando un provvedimento nell’ambito delle proprie prerogative istituzionali?
Non si tratta di chiedere all’esecutivo di condividere una decisione giudiziaria, né di entrare nel merito di un provvedimento che appartiene alla responsabilità autonoma della magistratura. Non è questo il punto. Il punto è assai più importante: difendere una giudice dalle minacce e dagli attacchi sessisti non significa approvare la sua decisione, ma riconoscere il valore delle istituzioni e il diritto di chi le rappresenta a svolgere il proprio lavoro senza intimidazioni.
La solidarietà istituzionale non dovrebbe dipendere dalla popolarità di una sentenza, dal consenso che suscita nell’opinione pubblica o dalla convenienza politica del momento. Dovrebbe essere un principio non negoziabile, soprattutto quando sono in gioco la sicurezza personale e l’indipendenza di chi amministra la giustizia.
Se un magistrato viene minacciato perché ha adottato un provvedimento sgradito a una parte dell’opinione pubblica, la risposta dello Stato deve essere inequivocabile. Non può esserci una solidarietà a geometria variabile, tanto meno quando le aggressioni assumono una connotazione sessista e si accompagnano a messaggi minatori.
Ci si aspetterebbe, dunque, che da Palazzo Chigi arrivasse una presa di posizione chiara. Non una dichiarazione sul merito della scarcerazione, non un’ingerenza nell’attività giudiziaria, ma una condanna senza ambiguità delle minacce e degli insulti rivolti alla gip Landoni e alla pm Crupi. Una parola che riaffermi un principio elementare: nessuno deve essere intimidito per aver svolto il proprio compito istituzionale.
E viene spontaneo chiedersi se la solidarietà verso una magistrata debba davvero diventare una questione politicamente scomoda soltanto perché il suo provvedimento ha alimentato polemiche. La tutela delle istituzioni non può essere selettiva. Non si difende la legalità soltanto quando le decisioni dei giudici incontrano il consenso di chi governa o di una parte dell’opinione pubblica.
Il sessismo come strumento di delegittimazione
C’è poi un aspetto che merita un’attenzione particolare. Il coinvolgimento di due magistrate e la natura degli insulti denunciati dall’Anm riportano al centro una questione culturale che continua a manifestarsi ogni volta che una donna ricopre ruoli di responsabilità e assume decisioni capaci di suscitare controversie.
Quando la critica si concentra sulla persona, quando il linguaggio utilizzato abbandona qualsiasi riferimento al merito della decisione e assume connotazioni offensive legate al genere, non siamo più di fronte a una semplice manifestazione di dissenso. Il sessismo diventa uno strumento per delegittimare chi esercita un potere pubblico, tentando di ridurre la sua autorevolezza attraverso l’umiliazione personale.
È un meccanismo particolarmente insidioso perché sposta deliberatamente il terreno del confronto. Non si discutono più le ragioni giuridiche di una decisione, ma si colpisce la donna che l’ha assunta. Non si contestano gli argomenti di un provvedimento, ma si tenta di intimidire la persona chiamata a esercitare una funzione delicata.
Ed è proprio per questo che la vicenda non dovrebbe essere considerata una questione interna alla magistratura. Riguarda il rispetto delle donne nelle istituzioni, la qualità del dibattito pubblico e la capacità della politica di contrastare ogni forma di violenza, anche quando si manifesta attraverso strumenti digitali.
La giustizia non può essere sottoposta al tribunale dei social
Il caso Siher apre infine una riflessione più ampia sul clima nel quale si svolge oggi il dibattito pubblico. I social network hanno moltiplicato le possibilità di espressione, ma hanno anche reso più facile trasformare una notizia in una campagna d’odio, un’immagine in uno strumento di esposizione personale, una polemica in un’aggressione collettiva.
La velocità con cui circolano fotografie, commenti e ricostruzioni spesso sommarie può produrre conseguenze molto concrete. Nel caso milanese, persino una magistrata estranea alla decisione contestata è stata coinvolta dopo essere stata scambiata per la collega. Un errore che dimostra quanto possa essere pericoloso il meccanismo della condanna preventiva affidata alla Rete.
La giustizia, naturalmente, non è al di sopra delle critiche. I cittadini hanno il diritto di conoscere, comprendere e discutere le decisioni dei tribunali. Hanno il diritto di dissentire e di chiedere conto delle ragioni che le sostengono. Ma il confronto democratico presuppone responsabilità, conoscenza dei fatti e rispetto delle persone.
La magistratura risponde dei propri atti attraverso le regole dell’ordinamento. Chiunque ritenga illegittimo un provvedimento può utilizzare gli strumenti previsti dalla legge. Le minacce e le campagne di aggressione personale non costituiscono invece una forma alternativa di controllo democratico: sono una negazione delle regole che rendono possibile la convivenza civile.
La richiesta di valutare misure di protezione per Tiziana Landoni rappresenta, sotto questo profilo, un segnale che non può essere sottovalutato. Se una giudice deve essere tutelata perché ha adottato una decisione nell’esercizio delle proprie funzioni, significa che il problema ha ormai superato la dimensione della polemica e investe la sicurezza di chi rappresenta lo Stato.
La solidarietà dell’Anm è un primo atto importante. L’intervento del presidente del Tribunale e l’attenzione delle autorità competenti sono altrettanto necessari. Ma serve anche una risposta pubblica e istituzionale capace di ristabilire un confine che non dovrebbe mai essere messo in discussione.
Si può contestare una sentenza. Si può dissentire da un giudice. Si può persino ritenere profondamente sbagliata una decisione. Ciò che non si può accettare è che una magistrata diventi bersaglio di minacce, insulti sessisti e intimidazioni per aver fatto il proprio lavoro.
Perché quando si tenta di intimidire chi amministra la giustizia, non si colpisce soltanto una persona. Si tenta di condizionare l’esercizio di una funzione costituzionale. E davanti a un simile rischio, il silenzio non è mai una risposta all’altezza delle istituzioni.
