20 Ottobre 2026, martedì
HomeItaliaCronacaReggia di Venaria, il colpo della notte: rubati 26 orologi del Settecento,...

Reggia di Venaria, il colpo della notte: rubati 26 orologi del Settecento, bottino da 150mila euro

Tre uomini incappucciati, una porta forzata e una teca antiscasso sfondata in pochi istanti. Scompaiono dalla residenza sabauda ventisei preziosi segnatempo in oro e smalto, realizzati tra Francia e Inghilterra nel XVIII secolo. Gli investigatori non escludono un furto su commissione: al vaglio le immagini delle telecamere e la dinamica dell'incursione.

La notte, il silenzio di una delle più imponenti residenze reali d’Europa e un’azione che, secondo le prime ricostruzioni, si sarebbe consumata in una manciata di istanti. Alla Reggia di Venaria Reale, alle porte di Torino, sono spariti ventisei orologi da taschino del XVIII secolo, preziosi manufatti in oro e smalto di scuola francese e inglese. Valore economico stimato: circa 150mila euro. Un bottino consistente, ma soprattutto un insieme di oggetti che racchiude una parte della storia del gusto, dell’artigianato e della cultura materiale europea.

Il furto è avvenuto nella notte tra domenica e lunedì, approfittando della chiusura settimanale del complesso monumentale. Tre uomini, completamente travisati, avrebbero raggiunto gli ambienti interni dopo aver forzato un accesso, attraversato i corridoi della residenza e individuato la teca che custodiva i segnatempo. Una volta infranta la protezione, avrebbero prelevato gli orologi e si sarebbero allontanati prima che il personale di vigilanza riuscisse a raggiungere la sala.

Una sequenza rapida, almeno stando alle prime informazioni, sulla quale si concentrano ora gli accertamenti dei carabinieri. Le immagini dei sistemi di videosorveglianza potrebbero rivelarsi decisive per ricostruire gli spostamenti dei responsabili, individuare eventuali punti deboli nel sistema di accesso e comprendere se il gruppo abbia agito seguendo un piano preparato nei dettagli.

L’incursione nel cuore della residenza sabauda

L’azione sarebbe cominciata poco dopo le due del mattino, quando la Reggia era ormai chiusa e gli ambienti destinati alle visite erano vuoti. La scelta della notte tra domenica e lunedì non appare casuale: il lunedì è infatti il giorno di chiusura al pubblico del complesso, una circostanza che potrebbe aver ridotto la presenza di persone all’interno della residenza, pur in presenza dei sistemi di sorveglianza.

Secondo la ricostruzione iniziale, i tre avrebbero potuto superare il muro di cinta in un punto distante dall’ingresso principale. Da lì sarebbero riusciti a forzare una porta che conduce al Caffè degli Specchi, utilizzando quindi un percorso interno per raggiungere la zona espositiva.

La destinazione sarebbe stata la camera d’udienza del Duca di Savoia, collocata lungo il percorso del Piano nobile, oltre la Galleria Grande, uno degli ambienti più celebri della Reggia, progettato da Filippo Juvarra e divenuto nel tempo uno dei simboli architettonici della residenza.

È qui che si sarebbe consumata la parte decisiva del furto. I malviventi avrebbero raggiunto la teca contenente gli orologi e l’avrebbero sfondata, riuscendo a impossessarsi di tutti e ventisei i pezzi custoditi al suo interno.

La rapidità dell’operazione costituisce uno degli elementi sui quali gli investigatori sono chiamati a fare luce. Resta da stabilire quanto tempo sia trascorso tra l’ingresso dei responsabili, l’attivazione degli allarmi e il loro allontanamento. Sarà importante anche capire se gli autori conoscessero già la disposizione delle sale, la collocazione dei beni e le caratteristiche delle protezioni.

Al momento, tuttavia, la ricostruzione dei singoli passaggi resta affidata agli accertamenti investigativi. Le modalità dell’incursione suggeriscono una certa determinazione, ma da sole non bastano a dimostrare che i responsabili disponessero di informazioni riservate o di una conoscenza approfondita della struttura.

Ventisei orologi, un patrimonio di storia e artigianato

A essere sottratti non sono stati semplici accessori d’epoca, ma ventisei manufatti realizzati nel Settecento, quando l’orologeria europea rappresentava uno dei settori più raffinati dell’artigianato di precisione.

Gli orologi da taschino in oro e smalto erano oggetti nei quali la funzione pratica si intrecciava con la ricerca estetica e con il prestigio sociale. Le casse preziose, le decorazioni e le lavorazioni minuziose trasformavano questi strumenti in autentici oggetti di rappresentanza, destinati a una committenza che poteva permettersi prodotti costosi e altamente specializzati.

Francia e Inghilterra furono tra i principali centri europei di sviluppo dell’orologeria. Le loro manifatture contribuirono a definire tecniche, forme e stili che ancora oggi permettono agli studiosi di ricostruire l’evoluzione della produzione meccanica e decorativa. Ogni esemplare può conservare indicazioni sulla provenienza, sulle tecniche impiegate, sulle reti commerciali e sul gusto della società che lo aveva commissionato o acquistato.

Il valore di questi oggetti, dunque, non si esaurisce nella quotazione economica. Per quanto la stima complessiva del bottino sia stata indicata in circa 150mila euro, la perdita riguarda anche la sottrazione di testimonianze storiche sottratte alla fruizione pubblica.

La Reggia di Venaria non è soltanto un monumento architettonico, ma un luogo nel quale gli spazi della corte, le collezioni e gli oggetti esposti concorrono a restituire l’immagine di un’epoca. Gli orologi contribuivano a raccontare quella storia attraverso una dimensione più intima rispetto a quella delle grandi sale: il rapporto tra tecnologia, lusso e vita quotidiana nelle corti europee.

La loro sottrazione interrompe temporaneamente questo racconto e pone una questione che riguarda tutti i luoghi della cultura: come proteggere beni di dimensioni ridotte, facilmente trasportabili e di valore elevato senza compromettere l’accessibilità e la qualità dell’esperienza museale.

L’allarme scatta, ma i ladri riescono a fuggire

I sistemi di sicurezza sarebbero entrati in funzione durante l’incursione. I sensori avrebbero rilevato l’intrusione, attivando l’allarme sonoro collegato alla centrale di controllo. Un addetto alla vigilanza si sarebbe quindi precipitato nella camera d’udienza del Duca di Savoia, ma al suo arrivo la teca degli orologi era già vuota.

Un particolare emerge dal confronto con gli altri oggetti esposti nella sala: la teca che custodiva le tabacchiere d’epoca sarebbe rimasta intatta.

Un dettaglio che gli investigatori potranno valutare nel ricostruire la dinamica dell’azione e le scelte compiute dai responsabili. Il fatto che sia stato sottratto un gruppo preciso di oggetti, mentre altri manufatti sono rimasti al loro posto, potrebbe essere compatibile con un obiettivo circoscritto. Non è però sufficiente, da solo, a stabilire se il furto sia stato pianificato sulla base di una richiesta specifica.

Anche il tempo impiegato per raggiungere la teca, infrangerla e prelevare i segnatempo sarà determinante. Gli accertamenti dovranno chiarire quali dispositivi fossero presenti, come abbiano reagito all’intrusione e quanto sia durato l’intervallo tra l’attivazione dell’allarme e l’arrivo della vigilanza.

È proprio in questo spazio temporale che potrebbe nascondersi una delle chiavi dell’indagine. La presenza di sistemi di rilevamento non impedisce necessariamente un furto, soprattutto quando l’obiettivo è concentrato in un’area limitata e l’azione viene portata a termine rapidamente. La loro efficacia dipende anche dalla capacità di trasformare la segnalazione in un intervento tempestivo.

L’ipotesi di un furto su commissione

Le indagini sono affidate ai carabinieri della compagnia di Venaria e del comando provinciale di Torino, con il coinvolgimento degli specialisti del Nucleo tutela patrimonio culturale, impegnati nei reati che riguardano opere d’arte, reperti e beni di interesse storico.

Tra le piste prese in considerazione c’è quella di un furto su commissione. Un’ipotesi che, se confermata dagli elementi raccolti, potrebbe contribuire a spiegare la scelta di oggetti specifici e il carattere mirato dell’incursione. Al momento, tuttavia, non sono noti eventuali mandanti, né sono stati chiariti i possibili destinatari del bottino.

La prospettiva di una commissione apre interrogativi complessi. Gli orologi sono beni di pregio, ma la loro notorietà come oggetti provenienti da una collezione museale potrebbe rendere rischiosa una vendita sul mercato legale. La riconoscibilità dei pezzi, la documentazione relativa alla donazione e la circolazione delle informazioni sul furto possono infatti ostacolare eventuali tentativi di commercializzazione.

Questo non esclude che gli autori possano aver agito con l’intenzione di rivendere gli oggetti attraverso canali illeciti, né consente di stabilire quale fosse la loro destinazione prevista. Sono scenari investigativi da verificare, non conclusioni già acquisite.

Gli accertamenti dovranno concentrarsi anche sulle immagini registrate dalle telecamere, sui possibili percorsi di ingresso e fuga, sulle tracce lasciate nella sala e sulle eventuali anomalie riscontrate nelle ore precedenti il furto. L’analisi dei filmati potrebbe consentire di ricostruire l’abbigliamento, la corporatura e i movimenti dei tre uomini, oltre a individuare eventuali veicoli o complici in attesa all’esterno.

Parallelamente, sarà importante verificare se gli orologi siano stati segnalati nelle banche dati pertinenti e condividere le informazioni con gli organismi impegnati nel contrasto al traffico illecito di beni culturali. La circolazione delle descrizioni e delle immagini degli oggetti rubati può diventare uno strumento prezioso per impedirne la dispersione e favorirne il recupero.

La donazione del 2012 e il valore della collezione

Gli orologi erano entrati nel patrimonio della Reggia nel 2012, quando gli eredi di Giorgio Accornero li avevano donati al Consorzio delle Residenze Reali Sabaude.

La provenienza della raccolta costituisce un elemento importante anche sul piano della ricostruzione documentale. Gli inventari, le fotografie, le schede descrittive e gli eventuali dati relativi ai singoli esemplari potranno aiutare gli investigatori a identificare con precisione ciascun oggetto, distinguendolo da manufatti simili presenti sul mercato antiquario.

Per il recupero, la documentazione è spesso decisiva. Un orologio del XVIII secolo può condividere caratteristiche estetiche e tecniche con molti altri esemplari della stessa epoca; particolari costruttivi, decorazioni, marchi, incisioni e segni distintivi possono invece permettere di riconoscere un singolo pezzo.

La donazione aveva inoltre inserito gli orologi in un contesto di fruizione pubblica, trasformando una raccolta privata in una testimonianza accessibile ai visitatori. La loro assenza dalle vetrine non rappresenta quindi soltanto una perdita materiale, ma una sottrazione temporanea alla collettività di oggetti destinati a essere conservati, studiati e conosciuti.

Una ferita per il patrimonio culturale

Il furto riporta l’attenzione sulla vulnerabilità dei beni culturali di piccole dimensioni. Rispetto a dipinti monumentali o sculture difficili da trasportare, gli oggetti preziosi possono essere sottratti in tempi brevi e trasferiti con relativa facilità. Proprio questa caratteristica li rende potenzialmente appetibili per chi cerca beni di elevato valore in un ingombro ridotto.

La tutela richiede un equilibrio delicato. I musei devono garantire la sicurezza delle collezioni, ma anche consentire al pubblico di avvicinarsi agli oggetti e comprenderne il significato. Sistemi di allarme, telecamere, protezioni fisiche, controlli sugli accessi e protocolli di intervento devono funzionare come parti di un unico dispositivo.

L’indagine sulla Reggia dovrà chiarire se, e in quale misura, le protezioni abbiano funzionato secondo le procedure previste e quali circostanze abbiano consentito ai responsabili di completare il furto. Sarebbe prematuro parlare di falle nella sicurezza prima che siano stati esaminati i dati tecnici e ricostruita l’intera sequenza degli eventi.

Per ora restano una teca vuota, ventisei orologi scomparsi e una serie di domande ancora senza risposta. Chi ha organizzato l’incursione? I tre uomini conoscevano la collocazione esatta dei segnatempo? Hanno agito per un guadagno immediato oppure qualcuno aveva già individuato gli oggetti da sottrarre?

Le risposte dipenderanno dal lavoro degli investigatori e dalla possibilità di ricostruire il percorso compiuto dai responsabili prima e dopo l’ingresso nella residenza.

Alla Reggia di Venaria, luogo in cui l’architettura racconta la potenza della dinastia sabauda e le collezioni restituiscono il gusto di un’intera epoca, il furto ha lasciato un vuoto che non si misura soltanto in euro. Il compito adesso è individuare i responsabili, ricostruire la destinazione dei beni e riportare alla luce ventisei piccoli frammenti di storia europea.

Sponsorizzato

Ultime Notizie

Commenti recenti