Napoli esce dalle prime dieci province italiane per numero di reati denunciati, ma il dato statistico non basta a dissipare le preoccupazioni sulla sicurezza. Se da una parte la classifica del Sole 24 Ore registra un arretramento della città al dodicesimo posto, con una diminuzione delle denunce pari all’1,6 per cento, dall’altra gli episodi di violenza che vedono protagonisti adolescenti continuano a interrogare istituzioni, famiglie e comunità educative.
È proprio in questa distanza tra i numeri complessivi e la percezione quotidiana dell’insicurezza che si inserisce l’intervento di Sandro Ruotolo, componente della segreteria nazionale del Partito democratico ed europarlamentare. Il suo ragionamento parte dai dati, ma si concentra soprattutto su una questione che non può essere archiviata attraverso una graduatoria: la crescente esposizione dei giovanissimi alla violenza, fino all’uso delle armi da taglio per affrontare contrasti che, in altri contesti, potrebbero risolversi con il dialogo.
«Sono dati importanti, che vanno letti correttamente», sottolinea Ruotolo, richiamando la necessità di distinguere tra i reati denunciati e quelli effettivamente commessi. Le statistiche giudiziarie, infatti, restituiscono una fotografia significativa del fenomeno criminale, ma non necessariamente esaustiva. Una parte degli episodi può restare sommersa e non entrare nei conteggi ufficiali. Per questo, osserva l’esponente dem, la diminuzione delle denunce non può essere interpretata automaticamente come la scomparsa dei problemi che attraversano il territorio.
Secondo i dati citati da Ruotolo, in Italia i delitti denunciati sono diminuiti dell’1,8 per cento, segnando una prima inversione dopo quattro anni di crescita. Napoli registra una flessione ancora più contenuta, pari all’1,6 per cento, e scende al dodicesimo posto nella graduatoria provinciale. Un segnale che merita attenzione, ma che non esaurisce l’analisi della sicurezza urbana. Il numero complessivo dei reati, infatti, non racconta da solo la natura della violenza, le fasce d’età coinvolte, i luoghi in cui si manifesta e le conseguenze che produce nella vita delle persone.
Il dato che più preoccupa l’europarlamentare riguarda le segnalazioni di minorenni denunciati o arrestati, aumentate del 34 per cento rispetto al 2019. Un incremento che richiede di considerare con attenzione l’evoluzione del fenomeno, senza confondere le segnalazioni con il numero dei reati commessi né attribuire automaticamente ogni episodio a una tendenza uniforme. Resta, tuttavia, il segnale di un coinvolgimento crescente dei più giovani nei circuiti della devianza e della violenza, che impone una riflessione sulle risposte da mettere in campo.
A rendere concreto il problema sono gli episodi registrati nelle ultime settimane. Nell’ultimo fine settimana, un sedicenne è stato accoltellato alla schiena nei pressi di piazza Dante. Al Vomero, un padre sarebbe stato aggredito brutalmente da un gruppo di ragazzi mentre cercava di difendere le figlie. Nelle settimane precedenti, altri quattro minorenni sarebbero rimasti feriti con coltelli tra Pianura, piazza Carlo III e piazza Vanvitelli.
Sono fatti diversi per dinamica e contesto, ma accomunati, nel ragionamento di Ruotolo, dalla rapidità con cui una tensione può trasformarsi in un’aggressione fisica e arrivare all’impiego di un’arma. «Il coltello prende il posto della parola», afferma, sintetizzando una dinamica che pone interrogativi profondi sulla gestione dei conflitti tra adolescenti e sulla capacità degli adulti di intercettare tempestivamente i segnali di disagio e di escalation.
La questione non riguarda soltanto la disponibilità materiale delle armi da taglio. Riguarda anche il significato che il loro utilizzo assume in determinate situazioni: uno strumento di intimidazione, una risposta sproporzionata a un’offesa, il tentativo di affermare la propria posizione davanti al gruppo. Uno sguardo interpretato come una provocazione, una discussione, una parola di troppo possono diventare il punto di partenza di una sequenza che lascia feriti e famiglie sconvolte.
Non è possibile ricondurre episodi tanto diversi a una sola causa, né considerare la violenza giovanile come un fenomeno omogeneo. Ma proprio questa complessità rende insufficiente qualsiasi risposta affidata a un unico strumento. La repressione è necessaria quando vengono commessi reati, così come lo sono l’accertamento delle responsabilità e la tutela delle vittime. Il problema, tuttavia, è intervenire anche prima che la situazione degeneri, riconoscendo le condizioni che possono favorire l’escalation e costruendo alternative concrete alla sopraffazione.
Gli ultimi due episodi richiamati da Ruotolo sono avvenuti nelle cosiddette zone rosse, aree nelle quali vengono rafforzate le misure di controllo del territorio. Per l’esponente del Pd, la presenza delle forze dell’ordine, i controlli e il contrasto alla diffusione delle armi restano strumenti indispensabili. Ma non possono rappresentare l’unica risposta alla domanda di sicurezza che arriva dai cittadini.
Le misure di presidio possono contribuire a prevenire determinati comportamenti, a intervenire con maggiore tempestività e a rendere più difficile la commissione di alcuni reati. Non possono, da sole, sostituire una rete educativa e sociale capace di raggiungere i ragazzi nei luoghi in cui crescono, studiano, trascorrono il tempo libero e costruiscono le proprie relazioni. La sicurezza, in questa prospettiva, non coincide esclusivamente con la capacità di punire chi ha sbagliato: comprende anche la possibilità di evitare che il reato venga commesso.
È il passaggio centrale dell’intervento di Ruotolo, che richiama la necessità di affiancare alle politiche di controllo un investimento strutturale nella prevenzione. Scuola, servizi sociali, sport, cultura e opportunità per i giovani diventano così parti di una stessa strategia, da costruire in collaborazione con le famiglie, gli educatori, le associazioni e le istituzioni locali.
Non si tratta di contrapporre il lavoro delle forze dell’ordine agli interventi sociali, come se la scelta fosse tra sicurezza e inclusione. Le due dimensioni rispondono a esigenze diverse e complementari. La prima è fondamentale per proteggere le persone, contrastare i comportamenti illegali e garantire il rispetto delle regole. La seconda serve a raggiungere chi rischia di rimanere ai margini, offrendo riferimenti adulti, luoghi di aggregazione, percorsi di crescita e occasioni concrete per immaginare un futuro diverso.
In questo quadro, la scuola può rappresentare uno dei primi luoghi in cui riconoscere segnali di isolamento, conflittualità e abbandono. I servizi sociali possono contribuire a sostenere i nuclei familiari più fragili e a costruire interventi mirati. Lo sport e le attività culturali possono offrire spazi di relazione regolati da responsabilità condivise, disciplina e rispetto degli altri. Nessuno di questi strumenti, preso singolarmente, è sufficiente. La loro efficacia dipende dalla continuità degli interventi, dalla capacità di collaborare e dalla presenza effettiva delle istituzioni nei quartieri.
Il punto, dunque, non è soltanto chiedersi che cosa accada quando un ragazzo estrae un coltello, ma anche che cosa sia successo prima. Quali segnali siano stati trascurati, quali occasioni di accompagnamento siano mancate, quali relazioni avrebbero potuto interrompere la spirale della violenza. Sono domande che non assolvono chi commette un’aggressione e non riducono la gravità dei reati. Servono, piuttosto, a comprendere come evitare che altri episodi si ripetano.
Ruotolo richiama, in questo senso, l’iniziativa promossa a Grumo Nevano dal titolo Arrivare prima del branco. Una formula che sintetizza l’obiettivo di una politica di prevenzione capace di agire prima che la dinamica del gruppo trasformi il conflitto in un comportamento violento. Il gruppo può offrire appartenenza e riconoscimento, ma può anche amplificare la pressione dei pari, incoraggiare condotte rischiose e rendere più difficile sottrarsi a una provocazione. Intervenire tempestivamente significa creare alternative credibili, rafforzare la capacità dei ragazzi di gestire i contrasti e rendere disponibili adulti e istituzioni a cui rivolgersi.
La prevenzione, però, non può ridursi a uno slogan o a iniziative isolate. Per essere efficace ha bisogno di risorse, continuità e obiettivi verificabili. Occorrono presìdi educativi accessibili, servizi in grado di intervenire nei momenti di difficoltà, attività pomeridiane, spazi sportivi e culturali, percorsi di formazione e occasioni di partecipazione. E serve una collaborazione stabile tra amministrazioni, scuole, famiglie e realtà del territorio, affinché nessun ragazzo venga lasciato solo fino al momento in cui il disagio si manifesta attraverso un gesto irreparabile.
La sfida riguarda anche il rapporto tra i giovani e gli spazi pubblici. Piazze, strade e luoghi di ritrovo devono poter essere vissuti come spazi di incontro, non come territori nei quali il conflitto si risolve attraverso la forza. La sicurezza urbana si misura anche nella possibilità per le famiglie di uscire senza paura, per gli adolescenti di incontrarsi senza esporsi alla violenza e per i cittadini di riconoscere nella presenza delle istituzioni una garanzia concreta di protezione.
In una città complessa come Napoli, questa prospettiva richiede di evitare tanto le generalizzazioni quanto le semplificazioni. I singoli episodi non possono diventare un’etichetta da applicare a un’intera generazione, così come una diminuzione dei reati denunciati non può essere utilizzata per ignorare segnali di allarme specifici. Le statistiche aiutano a individuare le tendenze, la cronaca mostra le conseguenze concrete dei comportamenti e l’azione pubblica deve tradurre entrambe in interventi proporzionati, capaci di rispondere alle emergenze senza rinunciare alla prevenzione.
La posizione espressa da Ruotolo si colloca proprio in questo spazio: riconoscere il valore dei dati positivi, senza trasformarli in una rassicurazione assoluta, e affrontare la violenza giovanile senza limitarsi all’inasprimento delle sanzioni. Il risultato non può essere misurato soltanto dal numero degli arresti o dall’intensità dei controlli. Deve riguardare anche la capacità di ridurre gli episodi violenti, contenere la disponibilità delle armi, rafforzare i servizi educativi e impedire che la devianza diventi, per alcuni ragazzi, l’unica forma di riconoscimento disponibile.
«Dobbiamo arrivare prima. Prima che un ragazzo impugni un coltello, prima che un altro finisca in ospedale, prima che il carcere diventi il suo destino», afferma l’europarlamentare. È il passaggio che riassume il senso del suo appello: non aspettare che la violenza produca una vittima per interrogarsi sulle condizioni che l’hanno resa possibile.
Il messaggio conclusivo è netto: «La sicurezza non si costruisce soltanto punendo i reati. Si costruisce anche impedendo che vengano commessi».
Una prospettiva che chiama in causa non soltanto le istituzioni responsabili dell’ordine pubblico, ma l’intera comunità. Perché dietro ogni episodio di violenza ci sono responsabilità individuali da accertare e vittime da proteggere, ma anche un contesto sul quale è necessario intervenire. E se il calo delle denunce rappresenta un segnale da registrare, la sfida più impegnativa resta trasformare la sicurezza da risposta all’emergenza in una politica quotidiana, capace di proteggere le persone e offrire ai più giovani alternative reali alla violenza.
