27 Luglio 2026, lunedì
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Golfo in fiamme: escalation tra Stati Uniti e Iran, Hormuz al centro della crisi

Settima notte di raid incrociati: accuse, smentite e tensioni alle stelle nello snodo energetico più strategico del mondo

Prosegue senza tregua l’escalation militare tra Stati Uniti e Iran, giunta alla sua settima notte consecutiva di attacchi incrociati. Un conflitto a bassa intensità ma ad altissimo rischio sistemico, che si estende ormai ben oltre i confini iraniani e coinvolge l’intero scacchiere mediorientale, con lo Stretto di Hormuz al centro di una pericolosa contesa.

Secondo il Comando Centrale statunitense (Centcom), nella notte le forze americane avrebbero colpito una serie di obiettivi strategici in territorio iraniano, tra cui depositi di armi sotterranei e infrastrutture militari considerate cruciali per le capacità operative di Teheran. Un’azione definita “mirata” da Washington, che tuttavia ha innescato una risposta immediata da parte iraniana.

Teheran, attraverso fonti ufficiali e media statali, ha rivendicato attacchi contro obiettivi statunitensi dislocati nella regione, in particolare in Kuwait e Giordania, segnalando un ampliamento geografico del confronto. Parallelamente, si moltiplicano le notizie — spesso difficili da verificare in modo indipendente — su vittime e feriti: fonti parlano di almeno tre morti, mentre alcuni media riferiscono di soldati americani rimasti feriti.

Il punto più critico resta però lo Stretto di Hormuz, arteria fondamentale per il traffico energetico globale. Secondo quanto dichiarato dai Pasdaran, due petroliere sarebbero state coinvolte in esplosioni mentre attraversavano un’area minata, prendendo fuoco. Una versione che Washington ha prontamente smentito, alimentando il clima di incertezza e guerra dell’informazione che accompagna il conflitto.

Sempre i Pasdaran hanno annunciato di aver fermato quattro petroliere in transito e di aver dichiarato “completamente chiusa” la via d’acqua. Una mossa che, se confermata, avrebbe conseguenze immediate sui mercati energetici globali e sugli equilibri geopolitici, dato che attraverso Hormuz transita circa un quinto del petrolio mondiale.

In una dichiarazione ufficiale, le Guardie della Rivoluzione hanno inoltre esteso le proprie accuse a tutti i Paesi che ospitano basi militari statunitensi nella regione, definendoli “partner in questi crimini di guerra”. Un’affermazione che rischia di coinvolgere ulteriormente gli alleati di Washington e ampliare il perimetro del conflitto.

Tra operazioni militari, propaganda e smentite incrociate, il quadro resta estremamente fluido e carico di incognite. Ciò che appare certo è che la crisi ha ormai superato la dimensione bilaterale, assumendo contorni globali: ogni nuova scintilla nello Stretto di Hormuz potrebbe trasformarsi in un detonatore capace di scuotere l’intero sistema internazionale.

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