2 Ottobre 2026, venerdì
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Giustizia, propaganda e memoria selettiva: il caso Roggero e le contraddizioni del dibattito pubblico

Tra invocazioni di grazia e narrazioni a senso unico, politica e informazione rischiano di trasformare casi giudiziari complessi in strumenti di consenso, oscurando il principio cardine dello Stato di diritto: la legge è uguale per tutti.

A cura di Daniele Cappa

C’è un momento, nel dibattito pubblico italiano, in cui il confine tra informazione, politica e propaganda si fa talmente sottile da risultare quasi impercettibile. È in questi frangenti che tanto il giornalismo quanto la classe dirigente dovrebbero interrogarsi — e forse anche provare un sano imbarazzo — per il modo in cui contribuiscono a orientare l’opinione pubblica, spesso facendo leva su emozioni primarie e semplificazioni estreme. Un meccanismo che ricorda, per certi versi, l’orchestra del Titanic: si continua a suonare mentre le questioni strutturali restano sullo sfondo.

Il caso del gioielliere Mario Roggero, condannato a 14 anni per l’uccisione di due rapinatori e il ferimento di un terzo durante una rapina nel 2021 a Grinzane Cavour, è diventato in queste ore il centro di un acceso dibattito politico. Esponenti di primo piano della destra, tra cui i ministri Guido Crosetto e Matteo Salvini, hanno rilanciato con forza la richiesta di grazia, trasformando una vicenda giudiziaria complessa in un simbolo identitario. Il rischio, tuttavia, è quello di ridurre il tutto a una narrazione binaria: da un lato la vittima “italiana”, dall’altro i colpevoli “stranieri”, in una dinamica che presta il fianco a una strumentalizzazione evidente.

Eppure, se si vuole davvero difendere il principio dello Stato di diritto, non si può procedere per selezione emotiva dei casi. La legge, per definizione, non distingue in base alla nazionalità. E allora sorprende il silenzio su vicende analoghe che non si prestano alla stessa narrazione. È il caso di Liu Chongbing e Shu Zhou, vittime di una rapina da parte di un cittadino italiano, poi inseguito e ucciso. In quel caso, i due sono stati condannati a 17 anni di carcere, nonostante una dinamica per molti versi sovrapponibile a quella di Roggero.

Due storie, due reazioni profondamente diverse. Da una parte, un’ondata di solidarietà e richieste di clemenza; dall’altra, un sostanziale disinteresse. Una discrepanza che solleva interrogativi non solo sul piano politico, ma anche su quello culturale e mediatico: perché alcuni casi diventano simboli e altri vengono rapidamente rimossi? Quali criteri guidano l’indignazione collettiva?

Nel coro delle reazioni, si distingue la posizione critica e lucida espressa dalla deputata del Movimento 5 Stelle Chiara Appendino, che ha definito “sciacallaggio” l’atteggiamento di chi invoca la grazia come risposta all’insicurezza. Una presa di posizione che sposta il focus dalle emozioni alle responsabilità politiche. Appendino sottolinea come la percezione di solitudine dei cittadini — reale e diffusa — non possa essere affrontata legittimando la giustizia fai-da-te, ma richieda interventi strutturali: rafforzamento delle forze dell’ordine, presenza capillare dello Stato, investimenti nelle risorse umane e nei presidi territoriali.

Il punto, dunque, non è negare la complessità umana di chi si trova vittima di una rapina o di una violenza. È comprensibile immaginare lo shock, la paura, la reazione istintiva. Ma uno Stato maturo non può permettersi di trasformare queste emozioni in principi giuridici. Né può accettare che la risposta alla paura sia l’erosione delle regole comuni.

Se si invoca solidarietà, questa deve essere coerente. Se si chiede clemenza, questa non può essere selettiva. Diversamente, il rischio è quello di scivolare in una giustizia percepita come arbitraria, piegata alle esigenze del momento e alle convenienze politiche. E in quel caso, più che di sicurezza, si dovrebbe iniziare a parlare di perdita di credibilità delle istituzioni.

In una democrazia solida, la giustizia non è uno strumento di consenso. È, o dovrebbe essere, il suo fondamento.

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