14 Ottobre 2026, mercoledì
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Pacchi low cost nel mirino: dal 1° luglio scatta la tassa da 5 euro

Stangata sugli acquisti extra-Ue sotto i 150 euro: contributo europeo e prelievo nazionale si sommano. Protesta la logistica, mentre il governo valuta se tirare dritto o rinviare ancora

Dal 1° luglio, salvo nuove frenate in extremis, cambierà il volto dello shopping online a basso costo: ogni pacco proveniente da Paesi extra-Ue con valore inferiore ai 150 euro sarà gravato da un balzello complessivo di 5 euro. Una cifra che nasce dalla somma di due prelievi distinti: i 3 euro fissati a livello europeo e un contributo aggiuntivo di 2 euro deciso dal governo italiano con l’ultima legge di bilancio.

Una misura che, nelle intenzioni di Bruxelles, punta a rafforzare i controlli doganali su un flusso ormai imponente di merci — in larga parte di origine cinese — e a contrastare rischi legati alla sicurezza dei prodotti, alla salute dei consumatori e alla violazione della proprietà intellettuale. Roma, dal canto suo, ha scelto di affiancare un intervento nazionale per coprire i costi di gestione e, al tempo stesso, tentare di arginare la crescita del fast fashion.

I numeri aiutano a comprendere la portata del fenomeno: nel 2025 sono stati quasi 396 milioni gli articoli acquistati in Italia da Paesi extra-Ue. Di questi, il 98% proveniva dalla Cina e circa un quarto riguardava capi di abbigliamento. Un mercato gigantesco, dominato da piattaforme globali dell’e-commerce a basso costo, ormai radicate nelle abitudini quotidiane dei consumatori.

Il nodo reale (e l’equivoco di fondo)
Qui si inserisce però una contraddizione che molti operatori sottolineano con forza: colpire il singolo pacco rischia di essere una misura tanto simbolica quanto inefficace. I grandi player del fast fashion, infatti, hanno già da tempo riorganizzato le proprie catene logistiche con hub e magazzini sul territorio europeo, aggirando di fatto il perimetro della norma.

In altre parole, il rischio concreto è quello di colpire soprattutto il piccolo consumatore e una parte della filiera logistica, lasciando sostanzialmente intatti i colossi globali. (Una scelta che, per molti osservatori, somiglia più a una soluzione di facciata — qualcuno la definirebbe senza mezzi termini una cretinata — che a una strategia industriale coerente: se davvero si volesse difendere il made in Italy, bisognerebbe intervenire a monte, sanzionando le filiere produttive e le aziende che realizzano o distribuiscono imitazioni illegali dei brand dell’alta moda. Tutto il resto rischia di scivolare nella propaganda.)

L’allarme delle imprese
Non sorprende, dunque, che la misura abbia sollevato un’ondata di critiche. Le associazioni di categoria, in particolare nel settore della logistica e dei trasporti, temono un contraccolpo significativo. Il doppio effetto — riduzione degli ordini e possibili tentativi di elusione da parte degli utenti — potrebbe tradursi in un ridimensionamento drastico dei volumi.

Tra le voci più nette c’è quella di Confetra, che ha scritto al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti chiedendo di cancellare il contributo nazionale. Le stime sono pesanti: un calo dei traffici fino al 50%, con un effetto paradossale sui conti pubblici, che rischierebbero di perdere circa 25 milioni di euro invece di incassarli.

Rinvii, dubbi e partita ancora aperta
Il percorso della norma, del resto, è stato fin dall’inizio accidentato. A marzo il Ministero dell’Economia aveva già disposto una sospensione fino al 30 giugno 2026, ufficialmente per consentire l’adeguamento dei sistemi informatici dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

Ora il governo si trova davanti a un bivio delicato: procedere con l’entrata in vigore della tassa, aprendo una fase di monitoraggio sugli effetti reali, oppure concedere un nuovo rinvio, operazione tutt’altro che semplice perché richiederebbe coperture finanziarie alternative.

Il tempo stringe e la decisione è imminente. Sullo sfondo resta una domanda più ampia: questa tassa sarà davvero uno strumento efficace per regolare il mercato globale dell’e-commerce, o finirà per essere l’ennesimo intervento che pesa sui consumatori senza incidere sui veri equilibri del sistema?

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