Milano rischia di rallentare la sua corsa proprio mentre continua a essere percepita come il motore economico e finanziario del Paese. A lanciare l’allarme è il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, intervenuto all’Assemblea 2026 di Assoimmobiliare nella Capitale. I numeri, snocciolati con tono netto, fotografano una situazione che preoccupa il mondo produttivo: oltre 10 miliardi di euro di investimenti fermi e circa 150 progetti immobiliari bloccati, di cui soltanto una decina coinvolti in indagini.
Il punto, però, è proprio questo: “Gli altri 140 progetti, chi è che non li firma?”, si chiede Orsini, mettendo al centro del dibattito il tema della paralisi amministrativa. Un interrogativo che suona come una denuncia, ma anche come una richiesta di responsabilità a tutti i livelli istituzionali.
Milano, negli ultimi anni, è stata costruita e raccontata come una capitale europea capace di attrarre capitali, innovazione e grandi operatori internazionali. Una narrazione che ha contribuito a rafforzare il posizionamento dell’Italia nei circuiti globali. “Abbiamo venduto Milano nel mondo come città europea — sottolinea Orsini — e proprio per questo non possiamo permetterci di fermarla”.
Il rischio, secondo il leader degli industriali, è che il blocco degli investimenti produca effetti a catena sull’intero sistema economico: dalla filiera delle costruzioni all’indotto, fino alla credibilità del Paese agli occhi degli investitori esteri. Perché se Milano rallenta, è l’Italia intera a perdere terreno.
Al centro della critica c’è soprattutto la macchina burocratica. “Dobbiamo cominciare a dirlo chiaramente: il problema di non mettere a terra le cose si chiama burocrazia”, afferma Orsini, indicando quello che considera il vero nodo strutturale. Non tanto — o non solo — le inchieste giudiziarie, che riguardano una quota limitata dei progetti, quanto piuttosto un sistema decisionale che si inceppa e non riesce a trasformare le autorizzazioni in cantieri e sviluppo.
Il messaggio che arriva da Confindustria è dunque duplice: da un lato la difesa del ruolo strategico di Milano come hub europeo; dall’altro la richiesta di un cambio di passo nelle procedure amministrative, per evitare che opportunità già pronte restino sulla carta.
In gioco non c’è soltanto il destino urbanistico della città, ma la capacità del Paese di mantenere le promesse fatte agli investitori e di restare competitivo in uno scenario internazionale sempre più selettivo. Perché, come lascia intendere Orsini, fermare Milano significherebbe fermare una parte essenziale della crescita italiana.
