6 Ottobre 2026, martedì
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Ruini, l’ultimo cardinale della mediazione: il Paese lo saluta tra fede e politica

Dalla destra alla sinistra, cordoglio unanime per la scomparsa del porporato. Intellettuale raffinato e protagonista del dialogo tra Chiesa e istituzioni, lascia un’eredità che attraversa generazioni e schieramenti.

La morte del cardinale Camillo Ruini, scomparso a 95 anni dopo settimane segnate da condizioni di salute critiche, chiude una stagione cruciale della storia ecclesiale e civile italiana. Teologo di straordinaria finezza e figura centrale nel rapporto tra Chiesa e politica, Ruini si è spento nella sua abitazione, assistito fino all’ultimo da personale medico, senza mai perdere quella lucidità intellettuale che ne ha contraddistinto l’intero percorso.

Per decenni interprete autorevole del pensiero cattolico, Ruini è stato molto più di un uomo di Chiesa: un punto di riferimento capace di orientare il dibattito pubblico, incidendo profondamente nel confronto sui valori, sull’identità e sul ruolo dei cattolici nella società italiana.

Il cordoglio per la sua scomparsa ha attraversato l’intero arco parlamentare, restituendo l’immagine di una figura capace di parlare a mondi diversi. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ne ha ricordato «la straordinaria intelligenza e la profonda umanità», sottolineando come abbia saputo difendere «con vigore l’identità e la missione dei cattolici nella società italiana», definendolo una delle menti più lucide del Paese.

Parole di riconoscimento arrivano anche dal presidente del Senato Ignazio La Russa, che ha evocato «una guida spirituale sempre vicina alla gente», capace di leggere le difficoltà della vita quotidiana e di tradurle in una testimonianza cristiana concreta, con riflessi anche nella sfera civile e istituzionale.

Sulla stessa linea il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha ricordato Ruini come «figura autorevole della Chiesa» e «prezioso interlocutore della politica», sottolineandone il ruolo chiave sia come segretario generale sia come presidente della Conferenza episcopale italiana. Un giudizio che evidenzia il suo contributo nel costruire un dialogo costante tra dimensione religiosa e istituzioni democratiche.

Il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha rimarcato la «lungimiranza e la sapienza» con cui Ruini ha accompagnato passaggi decisivi della storia nazionale, lasciando un’eredità destinata a continuare nel tempo. Un’eredità fatta non solo di dottrina, ma di presenza attiva nel tessuto sociale.

Anche dal governo è arrivato un ricordo intenso. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha parlato di «uomo di grande cultura, fede e senso delle istituzioni», capace di incidere nel dibattito pubblico con profondità e visione. Mentre il vicepremier Matteo Salvini ha sottolineato il suo ruolo di «punto di riferimento per milioni di cattolici» e difensore dei valori occidentali, esercitato «con coraggio e coerenza».

Ma il tratto forse più significativo del cordoglio che accompagna la scomparsa di Ruini è il suo carattere trasversale. Anche dalle aree più laiche e progressiste emerge un riconoscimento sincero. Romano Prodi, già presidente del Consiglio e della Commissione europea, ha rievocato un rapporto personale «autentico e profondo», nato negli anni della giovinezza e mai interrotto, nonostante le differenze maturate nel tempo. Nel suo ricordo emerge il profilo di un sacerdote capace di unire culture diverse, attento alle trasformazioni della Chiesa post-conciliare e dotato di una fede sorretta da «certezza e razionalità».

È proprio questa capacità di tenere insieme dimensione spirituale e confronto razionale ad aver reso Ruini una figura unica nel panorama italiano. Un mediatore autorevole, spesso discusso ma sempre ascoltato, che ha accompagnato la società italiana nei passaggi più delicati, mantenendo saldo il legame tra etica pubblica e identità culturale.

Con la sua scomparsa, l’Italia perde uno degli ultimi grandi protagonisti di una stagione in cui il dialogo tra politica e religione si giocava sul terreno delle idee e della visione. E lascia aperta una domanda: chi saprà raccogliere oggi quella eredità, in un tempo sempre più frammentato e privo di riferimenti condivisi?

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