Una notte di fuoco nel Golfo Persico riaccende i timori di un conflitto su larga scala tra Stati Uniti e Iran, mentre sul piano diplomatico si moltiplicano segnali contraddittori. Da un lato, il presidente americano Donald Trump sostiene che Teheran avrebbe accettato di rinunciare alle armi nucleari; dall’altro, sul terreno si consuma una nuova, pericolosa escalation militare.
Tutto si è innescato nella tarda serata del 2 giugno, quando le forze statunitensi hanno neutralizzato la petroliera Lexie, diretta verso l’Iran. A stretto giro, il Comando Centrale Usa ha confermato l’avvio di “raid difensivi” sull’isola strategica di Qeshm, nello Stretto di Hormuz, con l’obiettivo dichiarato di colpire infrastrutture di comunicazione: una torre radio sarebbe stata distrutta.
La reazione iraniana non si è fatta attendere. Secondo fonti militari di Teheran, una pioggia di missili è stata lanciata contro installazioni americane in Kuwait e Bahrein, oltre a un attacco contro la nave Panaya. I Pasdaran rivendicano di aver danneggiato la base della Quinta Flotta statunitense, una delle principali piattaforme operative Usa nella regione.
Una versione, tuttavia, respinta con fermezza da Washington: “Falso. Tutti gli attacchi iraniani sono falliti”, fanno sapere fonti ufficiali americane, minimizzando l’impatto dell’offensiva.
Intanto, il quadro regionale si complica. La televisione iraniana riferisce di esplosioni anche in Iraq, mentre sistemi di allarme sarebbero entrati in funzione in Arabia Saudita. Particolarmente grave l’episodio registrato in Kuwait, dove un missile avrebbe colpito il terminal dell’aeroporto internazionale, causando diversi feriti e imponendo la sospensione immediata dei voli.
Dietro l’escalation militare si intravede anche una tensione politica crescente tra alleati. Secondo indiscrezioni, nelle ore precedenti agli attacchi Trump avrebbe avuto un duro colloquio telefonico con il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Il presidente americano, impegnato a mantenere aperto il fragile canale negoziale con Teheran, avrebbe tentato di evitare una rottura definitiva, salvo poi sfogare la propria irritazione con toni durissimi: “Sei un pazzo. Senza di me saresti in galera”, avrebbe detto al leader israeliano.
Nonostante il clima incandescente, Trump continua a rivendicare progressi sul piano diplomatico. In un’intervista ha dichiarato: “L’Iran ha accettato di rinunciare alle armi nucleari e i negoziati stanno andando avanti”. Una linea che contrasta con quanto accade sul campo e che lascia aperti interrogativi sulla reale tenuta del dialogo.
Tra dichiarazioni ottimistiche e missili in volo, la crisi nel Golfo si conferma così sospesa su un equilibrio sempre più instabile, dove ogni mossa rischia di trasformare la tensione in conflitto aperto.
