3 Ottobre 2026, sabato
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Trump scommette sull’intesa con Teheran: “Accordo vicino”. Ma il Golfo resta in fiamme, Israele avanza in Libano

Il presidente americano ostenta fiducia sui negoziati con l’Iran, mentre sul terreno si moltiplicano gli scontri: raid rivendicati dai Pasdaran, tensione con l’Ue e pressione su Hezbollah

Tra aperture diplomatiche e nuove fiammate militari, la crisi nel Golfo si muove su un crinale sempre più instabile. Da un lato, la Casa Bianca rilancia l’ipotesi di un’intesa con Teheran; dall’altro, sul terreno si registrano escalation che complicano ogni prospettiva negoziale. A sintetizzare questa ambivalenza è il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che sui social rivendica progressi: «L’Iran vuole davvero raggiungere un accordo, e sarà un buon accordo per gli Stati Uniti e per i nostri alleati». Poi, rivolgendosi ai critici, invita alla calma: «Sedetevi e rilassatevi, alla fine andrà tutto bene, come sempre».

Parole che riflettono un cauto ottimismo, ma che si inseriscono in una trattativa ancora lontana da un punto di caduta. Washington ha infatti avanzato una serie di richieste sostanziali, in particolare sulla gestione del materiale nucleare iraniano e sul controllo dei traffici nello Stretto di Hormuz, snodo strategico per l’energia globale. La risposta di Teheran non è attesa prima di alcuni giorni, segno di un confronto ancora complesso e carico di diffidenze.

A raffreddare l’entusiasmo americano arrivano proprio le dichiarazioni ufficiali iraniane. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, ha chiarito che «non sono ancora stati avviati negoziati sui dettagli del dossier nucleare» e che la priorità resta «porre fine alla guerra». Un messaggio che evidenzia la distanza tra le parti e denuncia l’instabilità della posizione statunitense: «Uno dei problemi nei negoziati con l’attuale amministrazione americana è rappresentato dai frequenti cambiamenti di posizione», ha sottolineato Baghaei, lasciando intendere come le contraddizioni di Washington complichino ogni progresso.

Nel frattempo, la tensione si alimenta anche sul piano militare. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha rivendicato un attacco contro una base aerea utilizzata – secondo Teheran – dalle forze statunitensi per colpire un’infrastruttura di telecomunicazioni sull’isola di Sirik, nella provincia di Hormozgan. I Pasdaran sostengono di aver distrutto tutti gli obiettivi prefissati. Un’azione che, nelle parole dello stesso Baghaei, rientra nel «diritto all’autodifesa» contro «l’aggressione americana lanciata da basi nei Paesi vicini».

Proprio su questo punto si consuma un nuovo attrito con l’Unione europea, accusata dall’Iran di «sdegno morale selettivo» dopo la condanna di un raid su una base in Kuwait. Teheran rivendica la legittimità delle proprie azioni e richiama Bruxelles al rispetto del diritto internazionale: «Gli Stati hanno l’obbligo legale di non permettere che il proprio territorio venga utilizzato per attacchi contro altri Paesi», ha ribadito il portavoce.

Il quadro si complica ulteriormente con l’estensione del conflitto al Libano. Israele continua ad avanzare nel sud del Paese, mentre cresce la pressione internazionale su Hezbollah affinché interrompa per primo le ostilità. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha avuto colloqui con il presidente libanese Joseph Aoun e con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, sollecitando un passo indietro da parte del movimento sciita.

Ma proprio su questo punto emerge un’altra frattura. Teheran insiste sul fatto che un eventuale cessate il fuoco non possa prescindere dal fronte libanese: «È parte integrante di qualsiasi accordo finale», ha chiarito Baghaei, accusando non solo Israele ma anche gli Stati Uniti di violare ripetutamente le tregue nella regione.

Ne emerge un negoziato a più livelli, fatto di dichiarazioni concilianti e mosse contraddittorie, dove ogni apertura diplomatica viene immediatamente controbilanciata da nuove tensioni sul campo. Trump continua a scommettere sulla riuscita dell’accordo, ma la realtà racconta una crisi ancora lontana da una soluzione, in cui il rischio di escalation resta concreto e quotidiano.

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