2 Ottobre 2026, venerdì
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Meloni tra bollette e paure: il nucleare come bacchetta magica e l’ombra sempre pronta

Dalla crisi energetica agli allarmi sull’integralismo islamico, la premier riscopre i limiti del governo e rilancia: più Europa, più nucleare e qualche fantasma utile a tenere alta la tensione.

A furia di governare, prima o poi succede: la realtà presenta il conto. E Giorgia Meloni, con un certo ritardo ma senza perdere il piglio, sembra essersene accorta. «Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa», ammette. Una frase che suona quasi come una confessione involontaria: le coperture non bastano mai e le priorità, quando si governa, smettono di essere slogan.

Ospite a Mattino Cinque, la premier sfodera il repertorio classico: rassicurazioni, impegno totale, promesse di interventi “puntuali”. Un lessico che in politica significa tutto e niente, utile soprattutto a guadagnare tempo mentre la crisi energetica continua a mordere. Perché, al netto delle parole, le bollette non leggono i comunicati stampa.

Sul caro carburanti, Meloni prova a giocare in difesa trasformandola in attacco: in Italia è andata “meno peggio” che altrove, dice, citando Francia e Germania. Il taglio delle accise diventa così un trofeo da esibire. Peccato che la realtà resti ostinata: i prezzi sono alti, la pressione resta e la sensazione è che si celebri una vittoria di consolazione.

A quel punto entra in scena il vero convitato di pietra: l’Europa. Perché quando le soluzioni nazionali si rivelano insufficienti, Bruxelles torna improvvisamente utile. La richiesta è chiara: più flessibilità, meno vincoli, magari replicando la generosità già vista sulle spese per la difesa. Traduzione: le regole valgono, ma fino a quando non diventano un problema.

Poi arriva il colpo di teatro: il nucleare. Presentato come una sorta di formula salvifica — “veloce, sicuro, pulito, efficace” — capace di risolvere in un colpo solo anni di ritardi, scelte politiche e referendum popolari. Una narrazione ambiziosa, se non fosse che il nucleare, per sua natura, è tutto tranne che veloce. Ma in tempi di emergenza, anche il futuro remoto può essere venduto come soluzione immediata.

Nel frattempo, il registro cambia e si fa più cupo. Sul caso di Modena la prudenza è d’obbligo, ma dura il tempo di una frase. Subito dopo, l’orizzonte si allarga: «L’integralismo islamico è un pericolo reale». Ed eccolo, il tema che non passa mai di moda: la minaccia ampia, difficile da circoscrivere, perfetta per tenere alta l’attenzione e spostare il baricentro del discorso.

Sul fronte interno, invece, Meloni torna a essere quella di sempre: combattiva, sarcastica, poco incline all’autocritica. Ricorda come il governo fosse dato per spacciato e rivendica una longevità che, in Italia, basta già a sembrare un successo storico. Poi affonda: la sinistra, dice, non ci prende mai con i pronostici. Un colpo facile, ma efficace per consolidare la narrazione del “contro tutti”.

Il punto vero, però, è un altro. La stabilità di cui il governo si vanta è reale o è semplicemente l’effetto di un equilibrio ancora fragile, sospeso tra emergenze continue e soluzioni rinviate? Perché mentre si parla di investimenti e credibilità internazionale, i nodi strutturali restano lì, ben stretti.

Così, tra un nucleare evocato come panacea, un’Europa da convincere e un nemico sempre pronto a riaffacciarsi, Palazzo Chigi continua a camminare su una linea sottile. Cercando di tenere insieme consenso e complessità, promesse e realtà.

Con una costante: quando le risposte scarseggiano, un’ombra da indicare si trova sempre. Anche a costo di guardare, ancora una volta, sotto il letto.

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