3 Ottobre 2026, sabato
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Cocaina “a domicilio” e corrieri reclutati all’estero: smantellata rete criminale tra L’Aquila e provincia

Operazione “Coca Delivery” della Direzione distrettuale antimafia: tre organizzazioni cooperative gestivano il mercato dello stupefacente. Arresti, sequestri e 40 indagati. Giovani stranieri incensurati utilizzati come pusher “usa e getta”.

All’alba di oggi L’Aquila si è svegliata sotto il rombo degli elicotteri e il dispiegamento di decine di uomini dell’Arma: è il volto operativo dell’inchiesta “Coca Delivery”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, che ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di misure cautelari nei confronti di appartenenti a tre distinti sodalizi criminali, ritenuti responsabili – a vario titolo – di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e di detenzione e spaccio continuato in concorso.

L’operazione, condotta dai Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia dell’Aquila con il supporto di reparti territoriali, unità cinofile, squadre di intervento operativo e un elicottero del 16° Nucleo di Rieti, rappresenta l’approdo investigativo di mesi di indagini serrate. Un lavoro iniziato nel gennaio 2025, dopo alcuni arresti in flagranza per spaccio, e che ha consentito agli inquirenti di ricostruire un sistema criminale sofisticato, flessibile e capace di adattarsi rapidamente alle pressioni investigative.

Tre gruppi, un unico mercato

Il quadro emerso è quello di tre organizzazioni distinte ma perfettamente integrate, capaci di alternarsi senza soluzione di continuità nella gestione del traffico di cocaina tra il capoluogo abruzzese e i comuni limitrofi. Una sorta di “staffetta criminale” che garantiva continuità al mercato, riducendo i rischi operativi e mantenendo costante l’offerta di droga.

Gli investigatori sono riusciti a retrodatare l’esistenza del sistema almeno al 2022, delineando un’organizzazione stabile e radicata, con ruoli definiti e strategie condivise.

Il modello: pusher stranieri, giovani e incensurati

Tra gli elementi più rilevanti dell’indagine spicca il metodo di reclutamento della manovalanza. I vertici delle organizzazioni si rivolgevano all’estero – in particolare in Albania – per ingaggiare giovani incensurati, fatti entrare in Italia con visto turistico.

Una volta sul territorio, venivano dotati di tutto il necessario: alloggi, spesso nelle periferie o nei centri limitrofi, auto a noleggio, telefoni cellulari e schede telefoniche. Il loro compito era la vendita al dettaglio della cocaina.

Una scelta strategica: l’assenza di precedenti penali garantiva una minore esposizione al rischio investigativo. E in caso di arresto, il sistema prevedeva una rapida “sostituzione”: una volta scarcerati, i pusher diventavano irreperibili e rientravano nei Paesi d’origine, rendendo più complessa l’azione repressiva.

Numeri di un business capillare

Nel corso delle indagini i Carabinieri hanno eseguito 16 arresti in flagranza e sequestrato circa un chilogrammo di cocaina. Documentata la cessione di oltre 3.200 dosi, per un volume d’affari stimato in almeno 125 mila euro.

Oltre cento, invece, gli assuntori segnalati alle Prefetture.

Al termine dell’attività investigativa, sono stati contestati 135 capi d’imputazione a carico di 40 indagati, delineando un sistema di spaccio diffuso e strutturato.

Operazione ancora aperta

Le misure cautelari sono state eseguite nei confronti degli indagati rintracciati sul territorio nazionale, mentre sono in corso le procedure per l’esecuzione dei provvedimenti nei confronti dei soggetti localizzati all’estero.

Un’operazione che fotografa con chiarezza l’evoluzione del narcotraffico locale: meno visibile, più dinamico, capace di sfruttare circuiti internazionali e di rigenerarsi rapidamente. Un modello che, come evidenziano gli investigatori, punta non solo al profitto ma soprattutto alla resilienza, ovvero alla capacità di sopravvivere agli arresti e continuare a operare senza interruzioni.

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