6 Ottobre 2026, martedì
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«La fede è il più grande romanzo mai scritto dall’uomo»

Daniele Cappa racconta Il Sudario – L’inganno che divenne fede: il romanzo gotico che osa entrare nel cuore del mistero più controverso della cristianità

A cura di Cinzia Cattaneo

C’è un momento, leggendo Il Sudario, in cui il lettore comprende che non si trova davanti a un semplice romanzo storico. Le mura umide dei monasteri medievali, i corridoi rischiarati dalla cera, il respiro febbrile di uomini consumati dall’ambizione e dalla devozione diventano qualcosa di più di un’ambientazione: diventano un viaggio nel luogo più fragile e pericoloso dell’essere umano, il bisogno di credere.

Con una scrittura colta, cinematografica e profondamente immersiva, Daniele Cappa costruisce un’opera gotica di rara intensità, ambientata nella Francia del XIII secolo, dove un gruppo di uomini della Chiesa tenta l’impensabile: dare forma materiale a un miracolo destinato a cambiare la storia.

Ma Il Sudario – L’inganno che divenne fede non è un processo alla religione. È un romanzo potente sul confine ambiguo tra verità e speranza, tra manipolazione e necessità spirituale, tra l’uomo e il simbolo.

Ateo dichiarato ma profondamente spirituale, Cappa affronta uno dei misteri più divisivi della storia cristiana con intelligenza, ironia e rispetto, dando vita a un romanzo che mescola ricerca storica, immaginazione narrativa e una tensione emotiva costante.

Disponibile in esclusiva su Amazon e nelle librerie partners, Il Sudario si candida a essere uno dei romanzi storici italiani più discussi e affascinanti dell’anno.

Abbiamo incontrato Daniele Cappa per parlare di fede, arte, Medioevo, inganno, potere… e di quella sottile linea invisibile oltre la quale una menzogna può trasformarsi in eternità.

Daniele Cappa, partiamo dalla domanda più inevitabile:

come nasce Il Sudario?

Nasce da una domanda che mi girava in testa da anni: e se dietro alcuni dei simboli più potenti della storia ci fossero uomini straordinariamente intelligenti, convinti però di stare facendo qualcosa di necessario? L’ispirazione iniziale, o forse dovrei dire la scintilla, mi è stata data da un caro amico, Monsignor Giovanni Climico Mapelli. Durante una conversazione emerse una riflessione storica e spirituale che continuò a lavorarmi dentro per molto tempo. Da lì iniziò tutto.

Non volevo scrivere un romanzo “contro” la fede. Sarebbe stato banale, sterile e anche un po’ adolescenziale. Mi interessava molto di più esplorare quel territorio ambiguo dove la fede, la politica, la paura e il bisogno di speranza si intrecciano.

Poi, da amante del romanzo storico, il Medioevo mi offriva un palcoscenico perfetto: corridoi bui, monasteri, laboratori segreti, prelati, silenzi, candele… praticamente il paradiso narrativo. O l’inferno dipende dai punti di vista.

Nel libro si percepisce una grande conoscenza dell’atmosfera medievale. Quanto lavoro di ricerca c’è stato?

Tantissimo. E anche molto divertente, a dire il vero. Ho studiato pratiche artistiche medievali, tecniche di calchi, pigmenti, preparazioni chimiche primitive, ritualità religiose, organizzazione ecclesiastica del XIII secolo, alimentazione monastica, lessico clericale, perfino il modo in cui si chiudevano certe porte nei palazzi vescovili. A un certo punto mi sono reso conto che sapevo più cose sui tannini medievali che sulle bollette di casa mia, e lì ho capito che forse ero andato un po’ troppo oltre. Ma il romanzo storico vive di dettagli. Se il lettore sente l’odore del lino caldo o il freddo di un chiostro, allora il mondo narrativo funziona.

Il sottotitolo del romanzo è molto forte: L’inganno che divenne fede. È una provocazione?

Non direi provocazione. Direi domanda.

Viviamo in un mondo che ama le certezze nette: vero o falso, sacro o profano, fede o truffa. Ma la realtà umana è molto più confusa e affascinante.

Nel romanzo, nessuno dei personaggi si percepisce come “malvagio”. Anzi. Molti di loro credono sinceramente di stare servendo qualcosa di superiore.

È questo che mi interessava: capire cosa succede quando uomini intelligenti, devoti e fragili decidono che un simbolo può essere più importante della verità storica.

Lei è credente?

No. Sono ateo.

Ma mi considero anche profondamente spirituale e profondamente rispettoso della dimensione religiosa umana e di tutti i credi.

Trovo che la fede sia uno dei più grandi fenomeni antropologici, emotivi e poetici mai esistiti. Le religioni hanno costruito arte, architettura, musica, filosofia, comunità e immaginario collettivo per secoli. Sarebbe assurdo non riconoscerne la grandezza culturale e spirituale. Io non scrivo per demolire la fede di qualcuno. Scrivo per esplorare le contraddizioni dell’essere umano.

E poi, diciamocelo: da uomo che scrive, la fede è narrativamente irresistibile. Le persone uccidono, salvano, mentono, si sacrificano e attraversano il mondo per ciò in cui credono. È materiale letterario purissimo.

Il romanzo sembra interrogarsi continuamente sul rapporto tra verità e bisogno di credere…

Perché secondo me è uno dei grandi temi della storia umana.

A volte le persone non cercano la verità. Cercano qualcosa che dia senso al dolore, alla morte, alla paura.

E questo vale ancora oggi. Cambiano i simboli, cambiano i linguaggi, ma il meccanismo resta identico.

Nel libro aleggia continuamente una domanda: se un’opera creata dagli uomini riesce davvero a generare speranza, conforto e devozione… quanto conta la sua origine?

Non do una risposta. Non mi interessa dare risposte. I romanzi migliori, secondo me, sono quelli che lasciano il lettore un po’ inquieto.

Don Dubois è forse il personaggio più complesso del libro. Come lo definirebbe?

Pericolosamente umano.

Dubois è intelligente, colto, ambizioso, spirituale, manipolatore, devoto, egoista e sinceramente convinto di servire la Chiesa.

Non è un villain. Non è un santo. È un uomo medievale travolto dalla convinzione che il fine possa giustificare mezzi impensabili.

In fondo, tutti i personaggi del romanzo oscillano continuamente tra luce e ombra. Ed è lì che, secondo me, nasce la vera letteratura.

C’è anche una forte componente artistica nel romanzo…

Assolutamente. Il Sudario parla anche della creazione artistica.

Monsieur Gérard, ad esempio, rappresenta l’artista puro: uno che mette sé stesso nell’opera fino a consumarsi. Lui comprende una cosa fondamentale prima degli altri: ciò che stanno creando sopravvivrà a tutti loro.

E questo, per un artista, è una forma di immortalità.

Quanto c’è di contemporaneo in un romanzo ambientato nel 1277?

Moltissimo.

Viviamo ancora immersi nella costruzione di simboli, immagini, narrazioni collettive e verità emotive. Oggi lo facciamo con altri strumenti, ma il meccanismo umano è identico.

Il Medioevo, spesso, è soltanto uno specchio più onesto del presente.

Alcuni storici, vaticanisti o sindonologi potrebbero non apprezzare la sua ricostruzione. Se lo aspetta?

Assolutamente sì. E, a dirla tutta, sarebbe persino strano il contrario.

Quando si toccano simboli così potenti, il dissenso è inevitabile. Però bisogna ricordare una cosa fondamentale: Il Sudario è un romanzo. Non un saggio accademico, non una perizia scientifica e nemmeno una sentenza teologica.

Io ho costruito la storia partendo da elementi storici, tecnici e scientifici reali, studiando materiali, procedimenti medievali, contesto ecclesiastico e dinamiche politiche dell’epoca. Poi, sopra quella struttura, ho innestato la fantasia narrativa. È letteratura.

E aggiungo anche, con un sorriso, che il romanzo storico vive proprio di questo: immaginare ciò che avrebbe potuto accadere negli spazi lasciati vuoti dalla storia.

D’altronde, il pubblico si è appassionato a opere come Il Codice Da Vinci, che mescola arte, religione e complotti in modo molto più spericolato del mio libro… e ci siamo emozionati tutti perfino leggendo Topolino che scopre Atlantide o combatte i templari.

Quindi direi che possiamo sopravvivere serenamente anche a don Dubois.

Alcuni potrebbero accusarla di blasfemia…

Sarebbe un’accusa superficiale.

La blasfemia nasce quasi sempre dal disprezzo. E dentro questo romanzo non c’è alcun disprezzo verso la fede. Semmai il contrario: c’è un enorme interesse umano, filosofico e spirituale.

Io non ridicolizzo il sacro. Anzi, credo che il libro mostri quanto il sacro sia potente.

Il vero centro del romanzo non è tanto “la truffa”. È la domanda morale: fino a dove può spingersi un uomo convinto di servire un bene superiore?

E questa domanda non riguarda solo la religione. Riguarda la politica, l’arte, il potere, perfino l’amore.

Lei pensa davvero che la Sindone sia un falso?

Si. Assolutamente. Ma penso anche che la Sindone sia una delle opere più straordinarie mai esistite, indipendentemente dalla sua origine.

Ed è proprio questo il punto affascinante.

Che sia autentica, medievale, miracolosa o artistica, continua da secoli a generare fede, dibattiti, pellegrinaggi, emozioni e domande. Pochissimi oggetti nella storia umana hanno avuto una forza simbolica simile.

Da scrittore, era impossibile resistere a un materiale narrativo così potente.

Poi io non ho la pretesa di “risolvere” il mistero. Ci mancherebbe. Ho semplicemente immaginato una possibilità narrativa.

E sinceramente trovo meraviglioso che certi misteri restino irrisolti.

Nel romanzo la Chiesa appare insieme grandiosa e terribile. È una scelta voluta?

Completamente.

Perché la Chiesa medievale era esattamente questo: spaventosa e sublime insieme.

Era il luogo che custodiva arte, sapere, spiritualità, musica e filosofia… ma anche potere, controllo, paura, morte e ambizione politica.

Ridurre la Chiesa medievale a “buoni” o “cattivi” sarebbe puerile. Era un organismo umano immenso, pieno di luce e ombra, proprio come l’uomo.

E poi, diciamocelo: narrativamente parlando, il Medioevo senza contraddizioni sarebbe noiosissimo e a tratti splatter.

Se un giorno qualche sindonologo le scrivesse indignato, cosa gli risponderebbe?

Probabilmente lo inviterei a bere un bicchiere di vino e a parlare di storia medievale.

Con serenità.

Perché la letteratura non dovrebbe mai avere paura del confronto intelligente.

E poi, in fondo, il fatto stesso che si possa discutere animatamente di un romanzo significa che il romanzo è riuscito a toccare qualcosa di vivo. E per uno scrittore è già una vittoria enorme.

Abbiamo appurato che Il Sudario non è soltanto un romanzo storico. Dentro ci sono filosofia, fede, manipolazione del potere… ma anche atmosfere da thriller e perfino da noir medievale.

Sì, perché il Medioevo reale era molto più vicino al noir di quanto immaginiamo oggi.

Noi tendiamo a pensarlo come un mondo romantico fatto di castelli, cattedrali e cavalieri. In realtà era un’epoca durissima, piena di paura, superstizione, intrighi politici, morti improvvise, segreti custoditi nel silenzio e uomini pronti a tutto pur di difendere il potere.

Dentro Il Sudario c’è tutto questo.

Ci sono personaggi che vivono costantemente sotto pressione, che dormono poco, mangiano male, mentono, pregano, hanno paura di essere scoperti. Il laboratorio stesso diventa quasi una camera della tensione. Una specie di luogo sospeso tra scienza, fede e ossessione.

E poi c’è il tema centrale del romanzo: cosa succede quando un uomo si convince che il fine giustifichi qualsiasi mezzo?

Quella è materia perfetta per il thriller.

In molti hanno definito il romanzo “cinematografico”. Ha mai pensato a un adattamento per cinema o serie tv?

Sì. Moltissimo (Sorride).

E posso dire che qualcosa si sta già muovendo.

Ci sono stati contatti e manifestazioni di interesse da parte di alcuni produttori americani e devo ammettere che la cosa mi emoziona parecchio. Credo che Il Sudario abbia una struttura molto visiva: le atmosfere gotiche, i laboratori illuminati dal fuoco, il ritmo della tensione, il mistero, la componente psicologica… sono elementi che sullo schermo potrebbero avere una forza enorme.

Ma quello che mi interesserebbe davvero non sarebbe semplicemente “trasformare il libro in immagini”. Vorrei che venisse mantenuta la profondità morale e filosofica della storia.

Perché Il Sudario non parla soltanto di un oggetto misterioso. Parla del bisogno umano di credere, di costruire simboli, di creare speranza anche quando la verità diventa scomoda.

E credo che oggi, forse più che nel Medioevo, questo tema sia tremendamente attuale.

Leggendo il libro, a tratti si prova perfino disagio. Era un effetto voluto?

Sì, volutamente.

Non volevo un romanzo “comodo”. Volevo un libro che trascinasse il lettore dentro il dilemma morale dei personaggi.

La parte più inquietante, secondo me, è che don Dubois non si percepisce mai come un malvagio. Anzi. È convinto di stare servendo Dio, la Chiesa e qualcosa di immensamente più grande di lui.

Ed è proprio questo che rende pericolose certe convinzioni assolute: quando si smette di vedere il confine tra bene superiore e giustificazione personale.

Mi interessava che il lettore, a tratti, si sorprendesse a comprendere Dubois. Magari persino a tifare per lui. E subito dopo si sentisse quasi in colpa per averlo fatto.

Perché la letteratura più potente, secondo me, non è quella che ci rassicura. È quella che ci costringe a guardarci allo specchio.

Ultima domanda: cosa spera rimanga al lettore dopo l’ultima pagina?

Il dubbio.

Non solo il dubbio storico sulla Sindone ma anche il dubbio sull’uomo.

Sulla sua capacità di creare il sacro. Sul suo bisogno di credere. Sul confine sottilissimo tra menzogna, speranza e verità.

E magari anche il desiderio di rileggere certi simboli della storia con occhi diversi.

Che poi è una delle cose più belle che la letteratura possa fare.

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