Si aprirà il prossimo 14 settembre, alle ore 9, il processo per diffamazione a carico di Massimo Lovati, avvocato 73enne di Vigevano ed ex difensore di Andrea Sempio nell’ambito del caso del delitto di Garlasco. Il giudice dell’udienza pre-dibattimentale ha infatti respinto in tempi rapidi la richiesta di sospensione avanzata dalla difesa, confermando la citazione diretta a giudizio già disposta lo scorso febbraio dal Tribunale di Milano.
Lovati, reduce anche da una recente e infruttuosa candidatura a sindaco nella sua città, è accusato di aver pronunciato affermazioni ritenute “gravemente diffamatorie” nei confronti dello studio legale Giarda, che in passato ha rappresentato Alberto Stasi, condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi.
La scelta processuale è ormai definita: né patteggiamento né riti alternativi. L’ex legale ha deciso di affrontare il dibattimento ordinario, rinunciando sia alla messa alla prova sia al giudizio abbreviato.
Le frasi contestate e il contesto
Al centro dell’imputazione vi sono alcune dichiarazioni rilasciate il 13 marzo 2025, durante un punto stampa davanti alla caserma dei carabinieri “Montebello”. In quell’occasione, Lovati – all’epoca ancora difensore di Sempio – sostenne che la prima inchiesta del 2017 a carico del suo assistito fosse il risultato di una “macchinazione orchestrata dalla difesa dello studio Giarda”.
Non solo. Pochi istanti dopo, rincarò la dose parlando di una presunta “manipolazione organizzata dagli investigatori dello studio” con l’obiettivo di ottenere il DNA di Sempio in modo clandestino. Un riferimento diretto agli accertamenti svolti nell’autunno del 2016, quando investigatori privati incaricati dalla difesa di Stasi acquisirono materiale biologico riconducibile a Sempio da oggetti di uso quotidiano – una tazzina di caffè, un cucchiaino e una bottiglietta – senza il suo consenso, nell’ambito delle indagini difensive successive alla condanna definitiva di Stasi nel 2015.
L’accusa: “Lesa la reputazione dei legali”
Secondo la procura, quelle dichiarazioni avrebbero leso in modo significativo l’onore e la reputazione degli avvocati Fabio ed Enrico Giarda, figli del professore Angelo Giarda e componenti dello studio legale coinvolto. Da qui l’accusa di diffamazione, che ora approda in aula.
Il procedimento si inserisce come ulteriore capitolo in una vicenda giudiziaria tra le più controverse degli ultimi anni, tornata ciclicamente al centro dell’attenzione mediatica con nuovi sviluppi investigativi e scontri tra difese.
A settembre, dunque, la parola passerà al tribunale, chiamato a stabilire se quelle affermazioni abbiano oltrepassato il confine tra diritto di critica e lesione della reputazione. Un equilibrio delicato, destinato a riaccendere i riflettori su uno dei casi più discussi della cronaca italiana recente.
