2 Ottobre 2026, venerdì
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Iran-Usa, nuova escalation nel Golfo: Washington colpisce, Teheran minaccia ritorsioni globali

Rubio apre al dialogo ma avverte: “Hormuz sarà riaperto comunque”. Khamenei rilancia lo scontro ideologico. Tensione anche in Libano, con vittime dopo raid israeliani

La crisi tra Stati Uniti e Iran torna a salire di intensità, oscillando pericolosamente tra spiragli diplomatici e segnali di escalation militare. A riaccendere il fronte è stato un attacco statunitense condotto nella notte nel sud dell’Iran, contro un sito ritenuto strategico per il lancio di missili e per operazioni navali legate al posizionamento di mine nel Golfo.

Secondo il Pentagono, si è trattato di un’azione “difensiva”, mirata a neutralizzare una minaccia immediata alla sicurezza della navigazione internazionale. Una versione che Teheran respinge con fermezza, denunciando una violazione del cessate il fuoco e promettendo conseguenze che potrebbero travalicare i confini regionali.

A mantenere aperto uno spiraglio negoziale è il segretario di Stato americano Marco Rubio, che non esclude la possibilità di un accordo nonostante l’ennesimo scambio di colpi. “Un’intesa è ancora possibile”, ha dichiarato, pur ribadendo una linea dura su uno dei nodi più sensibili dello scontro: lo Stretto di Hormuz. “Verrà aperto, in un modo o nell’altro”, ha assicurato, lasciando intendere che Washington non tollererà interruzioni del traffico energetico globale.

Il fronte militare: accuse incrociate e incidenti nel Golfo

La risposta iraniana non si è fatta attendere. Le Guardie della rivoluzione – i Pasdaran – rivendicano il diritto di reagire a ogni violazione e sostengono di aver già dato un primo segnale: secondo l’agenzia Fars, un drone statunitense MQ-9 sarebbe stato abbattuto dopo aver violato lo spazio aereo iraniano nel Golfo Persico.

Non solo. Le stesse fonti parlano di colpi sparati contro un drone RQ-4 e persino contro un caccia F-35, costretti – sempre secondo Teheran – a lasciare l’area. Informazioni impossibili da verificare in modo indipendente, ma che contribuiscono ad alzare ulteriormente la tensione.

Il portavoce delle Forze Armate iraniane, Shakarchi, ha lanciato un monito esplicito: in caso di nuovi attacchi, la risposta “andrà oltre la regione”. Un messaggio che amplia il perimetro della crisi e alimenta timori di un coinvolgimento diretto di altri attori internazionali.

La dimensione politica: segnali interni e propaganda

Sul piano interno, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha disposto il ripristino della connessione internet, interrotta nel dicembre 2025 durante le proteste legate alla svalutazione della moneta nazionale. Una decisione che sembra voler allentare la pressione sociale mentre il Paese affronta una fase di forte instabilità internazionale.

Parallelamente, la leadership religiosa rilancia la mobilitazione ideologica. In un messaggio diffuso in occasione dell’Hajj, Mojtaba Khamenei ha usato toni durissimi contro Stati Uniti e Israele, evocando la “fine” dello Stato ebraico e invitando a trasformare lo slogan “morte all’America e a Israele” in un grido condiviso nel mondo islamico.

Parole che non rappresentano soltanto propaganda, ma che contribuiscono a consolidare una narrativa di scontro totale, rendendo ancora più fragile qualsiasi prospettiva negoziale.

Il rischio regionale: Libano e oltre

La crisi non resta confinata al Golfo. In Libano, un attacco israeliano nel sud del Paese ha causato almeno 12 vittime, secondo fonti locali. Un episodio che si inserisce nel più ampio quadro di tensioni che coinvolgono Israele e le milizie filo-iraniane nella regione, aumentando il rischio di un conflitto a più livelli.

Un equilibrio sempre più instabile

Tra aperture diplomatiche e dimostrazioni di forza, il confronto tra Washington e Teheran si muove su un crinale sempre più sottile. Da un lato, la necessità di evitare un conflitto aperto; dall’altro, la volontà di non cedere terreno su questioni strategiche cruciali, come la sicurezza marittima e l’influenza regionale.

Il risultato è una crisi fluida e imprevedibile, in cui ogni incidente rischia di trasformarsi in detonatore. E mentre le cancellerie internazionali osservano con crescente preoccupazione, il Golfo Persico torna a essere uno dei punti più caldi del pianeta.

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