Nel grande gioco dell’investimento azionario, l’alfa – ovvero la capacità di battere il mercato – resta l’obiettivo più ambito ma anche il più difficile da raggiungere. In uno scenario dominato da indici sempre più concentrati e da colossi statunitensi che guidano le performance globali, distinguere il valore reale della gestione attiva è diventato un esercizio complesso.
È in questo contesto che si inserisce l’analisi di AllianceBernstein, firmata da Joshua Lisser e Geoff Tomlinson, che smonta alcuni luoghi comuni e offre una bussola per orientarsi nella selezione dei gestori.
Indicatori sotto la lente: oltre le apparenze
Il primo errore, secondo gli esperti, è affidarsi ciecamente agli indicatori più diffusi. Il tracking error, per esempio – misura della deviazione rispetto al benchmark – è spesso interpretato come segnale di maggiore potenziale di sovraperformance. In realtà, avvertono Lisser e Tomlinson, si tratta di una lettura incompleta: un alto tracking error indica solo quanto un portafoglio si discosta dall’indice, non quanto sia abile il gestore nel generare valore.
Ancora più insidiosa è la fiducia nei rendimenti passati, che continuano a pesare in modo sproporzionato nelle decisioni degli investitori, nonostante la loro scarsa capacità predittiva.
Rischio sotto controllo, risultati più stabili
La ricerca di AllianceBernstein ribalta un altro pregiudizio: non sempre chi rischia di più ottiene di più. Al contrario, i gestori con un profilo di rischio relativo più contenuto hanno dimostrato di produrre extra-rendimenti più regolari nel tempo.
In questo quadro, l’Information Ratio emerge come uno degli strumenti più efficaci: mette in relazione il rendimento in eccesso con il rischio assunto, offrendo una misura concreta dell’efficienza del gestore.
La scelta, naturalmente, resta legata alla tolleranza al rischio dell’investitore. Chi è disposto ad accettare maggiore volatilità può puntare su strategie “style-based”, capaci di generare performance robuste ma non lineari. Chi invece privilegia la stabilità può orientarsi verso approcci focalizzati sul rischio assoluto, come quelli che utilizzano l’indice di Sharpe.
L’equilibrio tra ricerca e numeri
Se esiste una chiave per costruire alfa in modo sostenibile, secondo AllianceBernstein, è l’integrazione tra ricerca fondamentale e strumenti quantitativi.
La prima consente di individuare titoli sottovalutati e opportunità nascoste; i secondi permettono di gestire il rischio, correggere i bias e mantenere coerenza nelle scelte di portafoglio. È proprio questa combinazione, se applicata con disciplina, a poter generare un’alfa meno eclatante ma più affidabile nel lungo periodo.
Oltre il benchmark: la qualità delle decisioni
In un mercato dove discostarsi troppo dai grandi indici può penalizzare le performance – soprattutto quando le mega-cap americane trainano i rendimenti – il punto non è quanto un portafoglio si allontani dal benchmark, ma come lo fa.
Non tutti i rischi attivi sono uguali, né tutti gli investitori cercano lo stesso risultato. La vera competenza, sottolineano Lisser e Tomlinson, sta nella capacità di trasformare scelte attive in risultati coerenti e ripetibili.
È qui che si misura la qualità della gestione: non nella spettacolarità delle scommesse, ma nella solidità di un processo che combina analisi profonda e controllo rigoroso del rischio. In altre parole, non basta assumere rischio. Bisogna saperlo usare.
