C’è una frase, breve e brutale nella sua inconsapevole ostentazione, che ora pesa come un macigno sull’inchiesta per l’omicidio di Bakari Sako: “Quello che non ti uccide, ti fortifica”. È la scritta che accompagna un video comparso per poche ore su TikTok e poi sparito dalla piattaforma, ma non abbastanza in fretta da evitare screenshot, condivisioni e indignazione pubblica.
Nel filmato — secondo quanto riportato dal Corriere del Mezzogiorno — compaiono due dei minorenni coinvolti nell’inchiesta sull’assassinio del 35enne maliano ucciso all’alba del 9 maggio nella città vecchia di Taranto. I due ragazzi sono detenuti in un istituto penale minorile. Ed è proprio questo il punto che ora agita magistrati e investigatori: capire chi abbia girato quel video, chi lo abbia diffuso e soprattutto se le immagini siano state registrate all’interno della struttura detentiva.
La clip, pubblicata da un conoscente minorenne dei ragazzi, mescola musica, pose e slogan motivazionali in un linguaggio tipico dei social network adolescenziali. Ma il contesto trasforma tutto: non più semplice esibizione identitaria, bensì possibile celebrazione di una vicenda segnata dal sangue. Un cortocircuito che rischia di diventare simbolo di una deriva più profonda, quella della violenza trasformata in contenuto, della cronaca nera consumata come performance digitale.
La Procura per i minorenni di Lecce, guidata da Simona Filoni, starebbe valutando l’apertura di un fascicolo specifico. Non solo per accertare eventuali violazioni all’interno dell’istituto penale, ma anche per verificare responsabilità legate alla diffusione del contenuto. A colpire gli inquirenti sarebbero stati anche alcuni messaggi comparsi online in sostegno dei ragazzi arrestati: commenti che oscillano tra solidarietà generazionale e vera e propria glorificazione del branco.
L’omicidio di Bakari Sako aveva già scosso profondamente Taranto. Il 35enne, lavoratore agricolo originario del Mali, venne aggredito nella zona di piazza Fontana, nel cuore della città vecchia. Secondo la ricostruzione investigativa, Sako stava pedalando sulla sua bicicletta quando sarebbe stato circondato da un gruppo di giovanissimi. Una spedizione violenta, improvvisa, apparentemente senza motivo.
L’uomo tentò di salvarsi rifugiandosi all’interno di un bar della zona. Ma anche quel gesto disperato, stando alle testimonianze raccolte, non bastò. Sarebbe stato costretto a uscire dal locale e, una volta di nuovo in strada, colpito con ferocia. Tre coltellate, una delle quali mortale all’addome.
A confessare sarebbe stato un ragazzo di appena 15 anni, che avrebbe ammesso di aver sferrato i fendenti. Un dettaglio che rende ancora più drammatico il quadro di una violenza giovanile sempre più precoce, istintiva e collettiva. Non un’esplosione isolata, ma il prodotto di dinamiche di branco in cui il confine tra realtà e rappresentazione sembra dissolversi.
Ed è forse proprio qui che il video di TikTok assume un significato che va oltre il singolo episodio giudiziario. Perché nella sequenza di pochi secondi pubblicata online non c’è soltanto la leggerezza irresponsabile dell’età adolescenziale. C’è il riflesso di un universo culturale in cui anche il carcere può diventare scenografia, l’indagine penale una narrazione identitaria, la tragedia un’occasione di visibilità.
Mentre la magistratura prova a ricostruire ruoli e responsabilità, Taranto si ritrova ancora una volta davanti alla stessa domanda: come si arriva al punto in cui un omicidio commesso da minorenni può trasformarsi, poche settimane dopo, in un contenuto social accompagnato da una colonna sonora?
