Sono atterrati a Roma con negli occhi ancora le immagini della prigionia e nelle parole il peso di accuse gravissime. Il deputato del Movimento 5 Stelle Dario Carotenuto e il giornalista del Fatto Quotidiano Alessandro Mantovani, fermati durante l’operazione israeliana contro una nave della Flotilla, sono rientrati in Italia con un volo proveniente da Atene. Ad accoglierli, all’aeroporto di Fiumicino, colleghi parlamentari, familiari e attivisti. Ma soprattutto, ad attenderli, c’era una domanda inevitabile: cosa è accaduto davvero durante la detenzione?
Il racconto che emerge è crudo, dettagliato, per certi versi sconvolgente.
Mantovani parla senza esitazioni: “Sono stato portato all’aeroporto Ben Gurion con le manette ai polsi e le catene alle caviglie”. Poi descrive una perquisizione violenta: “Mi hanno strappato la cerata di dosso e tolto i pantaloni, dove avevo il portafogli con i documenti, che non mi sono stati restituiti”. E ancora: “Prima dell’abbordaggio la marina israeliana ha sparato due volte contro la nostra imbarcazione con proiettili di cui non so la natura”.
Accanto a lui, Carotenuto appare provato, visibilmente scosso. Al polso porta ancora il nastro rosso con il numero identificativo assegnatogli durante la detenzione: N.147. Il suo racconto aggiunge ulteriori elementi: “Mi hanno tenuto per sei ore in una stanza con l’aria condizionata a 17 gradi puntata addosso, seduto su una sedia. Questo era il trattamento ‘di favore’”.
Poi il trasferimento: “Mi hanno portato in aeroporto ammanettato mani e piedi, facendomi passare davanti a tutti come un criminale”.
Le accuse si fanno ancora più gravi quando il deputato descrive quanto sarebbe accaduto nei luoghi di detenzione: “Nella panic room ci facevano entrare con le scarpe in mano, senza possibilità di difenderci. Ci picchiavano selvaggiamente”. Racconta di persone bendate, di feriti, di un attivista trasportato in infermeria con lesioni interne. “A me è andata bene — dice — ma altri erano messi molto peggio”.
Carotenuto parla anche di presunti abusi diffusi: “Una trentina di persone con fratture, alcuni casi di violenze sessuali”. E cita la presenza di personale medico improvvisato tra gli stessi attivisti: “La sorella della presidente irlandese coordinava i soccorsi, cercando di curare situazioni anche molto gravi”.
Il momento più drammatico, però, resta quello della separazione dal gruppo: “Ci hanno chiamati per numero di matricola, con i mitra puntati. Ci hanno fatto avanzare con le mani alzate, poi girare. Sono stati i secondi più lunghi della mia vita. Poi ci hanno afferrato per il collo e divisi. Da lì non ho più saputo nulla degli altri”.
Non manca una riflessione politica, netta, senza mediazioni. Carotenuto punta il dito contro il governo israeliano: “È un disegno che viene da lontano, ben prima del 7 ottobre”. E aggiunge: “La politica non fa abbastanza. Ci sono ancora persone lì che rischiano la vita mentre i governi restano immobili”.
Nonostante tutto, il deputato ha voluto ringraziare l’Unità di crisi della Farnesina e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella per il lavoro svolto nel favorire il rientro.
Intanto, secondo fonti diplomatiche, tutti gli attivisti coinvolti nella missione della Flotilla dovrebbero lasciare Israele entro la giornata.
Resta, però, un nodo aperto: quello delle responsabilità. E un interrogativo che difficilmente potrà essere archiviato in fretta: cosa è realmente accaduto in quelle ore di detenzione?
