2 Ottobre 2026, venerdì
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Migranti, svolta a Strasburgo: il Consiglio d’Europa apre agli hub nei Paesi terzi. Ma restano i nodi dei costi e del futuro del modello Albania

La premier Giorgia Meloni rivendica la “Dichiarazione di Chisinau” come un successo italiano condiviso con la danese Mette Frederiksen. Tuttavia, tra stop di Tirana e incognite economiche, il progetto solleva interrogativi ancora irrisolti

La gestione dei flussi migratori torna al centro del dibattito europeo con un passaggio che il governo italiano definisce “storico”. La cosiddetta Dichiarazione di Chisinau, adottata dai 46 Stati membri del Consiglio d’Europa, apre infatti alla possibilità per i singoli Paesi di sperimentare soluzioni “innovative” per il controllo delle migrazioni, inclusi gli hub per i rimpatri collocati in Paesi terzi.

Un principio che, nelle parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, rappresenta la legittimazione di una linea politica perseguita dall’Italia negli ultimi mesi. “È un risultato importante”, ha dichiarato la premier, sottolineando come l’iniziativa sia “frutto di un percorso costruito con coraggio e determinazione insieme alla premier danese Mette Frederiksen”.

Secondo Meloni, ciò che fino a poco tempo fa divideva governi e opinione pubblica europea è oggi diventato un principio condiviso: la possibilità di gestire i flussi migratori anche attraverso strutture esterne ai confini dell’Unione. Un cambio di paradigma che, nelle intenzioni dell’esecutivo italiano, dovrebbe contribuire a rendere più “ordinato” il sistema di accoglienza e rimpatrio.

Il modello Albania: da laboratorio a caso politico

Al centro di questa strategia c’è il modello Albania, considerato dall’Italia un progetto pilota. L’accordo con Tirana prevedeva la realizzazione di strutture per la gestione dei migranti in territorio albanese, una soluzione pensata per alleggerire la pressione sulle coste italiane e accelerare le procedure di rimpatrio.

Tuttavia, dietro la rivendicazione politica si addensano criticità tutt’altro che marginali. Il progetto, infatti, non è esente da ostacoli operativi e diplomatici. L’Albania, secondo quanto emerge da fonti aggiornate, avrebbe manifestato una battuta d’arresto, sollevando dubbi sulla prosecuzione dell’intesa.

Il nodo dei costi: una partita ancora opaca

C’è poi il capitolo economico, su cui il governo mantiene un profilo prudente, senza fornire cifre dettagliate e aggiornate. La gestione di strutture di questo tipo comporta spese ingenti: personale, sicurezza, manutenzione, affitti, servizi logistici e sanitari.

Una proiezione su base quinquennale lascia intravedere un impegno finanziario significativo per le casse pubbliche, che rischia di aumentare ulteriormente in caso di modifiche o interruzioni del progetto. Se l’esperimento albanese dovesse essere ridimensionato o abbandonato, si porrebbe infatti il problema dei costi di smantellamento, oltre alla necessità di individuare nuove soluzioni alternative.

Tra consenso europeo e incognite future

La Dichiarazione di Chisinau segna indubbiamente un passaggio politico rilevante, consolidando un orientamento più pragmatico e meno ideologico nella gestione dei flussi migratori. Ma il consenso formale ottenuto in sede europea non cancella le complessità operative.

Il rischio, evidenziano osservatori e opposizioni, è che la legittimazione internazionale preceda una reale sostenibilità del modello. Se l’hub albanese dovesse fermarsi, la questione non sarebbe solo politica ma anche economica: quanti fondi pubblici saranno stati investiti e quale sarà il ritorno effettivo?

In questo scenario, la strategia italiana si trova davanti a un bivio: trasformare il riconoscimento europeo in un sistema efficiente e replicabile oppure fare i conti con un progetto costoso, controverso e ancora lontano da una piena attuazione.

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