2 Ottobre 2026, venerdì
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Dati segreti in vendita: il business oscuro degli “accessi abusivi” nella polizia

Un’indagine della Procura di Napoli svela un sistema strutturato di consultazioni illegali alle banche dati delle forze dell’ordine: informazioni su vip, imprenditori e sportivi cedute a pagamento a investigatori privati

Un archivio parallelo, alimentato nell’ombra e monetizzato con metodo. È questo il quadro che emerge dall’inchiesta della Procura di Napoli, coordinata dal procuratore Nicola Gratteri, che ha portato alla luce un presunto sistema di accessi abusivi alle banche dati delle forze dell’ordine per estrarre informazioni riservate su personaggi noti: imprenditori, calciatori, cantanti, protagonisti del mondo dello spettacolo.

Secondo l’accusa, due poliziotti avrebbero effettuato centinaia di migliaia di interrogazioni non autorizzate, trasformando strumenti investigativi in una vera e propria miniera di dati sensibili da rivendere. Le informazioni raccolte, sostengono gli inquirenti, venivano poi cedute a pagamento a diverse agenzie investigative private, alimentando un circuito illecito tanto capillare quanto remunerativo.

L’indagine, condotta con il supporto della Procura nazionale antimafia guidata da Giovanni Melillo e in raccordo con la Procura di Milano, ha portato all’emissione di trenta misure cautelari. Quattro persone sono finite in carcere, sei agli arresti domiciliari, mentre per diciannove è stato disposto l’obbligo di dimora. I reati contestati spaziano dall’accesso abusivo ai sistemi informatici alla corruzione, fino alla rivelazione di segreto d’ufficio.

Un tariffario per ogni ricerca

Al centro del sistema, secondo gli investigatori, un meccanismo rodato e quasi industriale. Ogni accesso alle banche dati aveva un prezzo preciso: tra i sei e i 25 euro a consultazione. Una cifra apparentemente contenuta, ma moltiplicata per il numero impressionante di interrogazioni effettuate.

I numeri parlano da soli: uno dei due agenti coinvolti avrebbe eseguito circa 600mila accessi, l’altro oltre 130mila. Tutti, secondo l’accusa, privi di giustificazione legata al servizio. Un flusso continuo di dati che avrebbe alimentato un mercato parallelo dell’informazione.

Le anomalie sono emerse proprio grazie al monitoraggio degli accessi ai terminali in uso agli agenti. Da lì è partita un’attività investigativa più ampia, culminata nel sequestro di un server utilizzato per raccogliere e smistare le informazioni sottratte illegalmente.

Il valore dei dati: “un mercato vivissimo”

“Se c’è un contenzioso in atto, quelle informazioni diventano preziose”. Le parole del procuratore Gratteri sintetizzano il cuore economico dell’inchiesta. I dati personali, soprattutto se riguardano figure pubbliche o soggetti coinvolti in dispute legali, assumono un valore strategico e commerciale.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, le agenzie investigative si sarebbero rivolte direttamente a chi era in grado di violare i sistemi informatici delle forze dell’ordine, acquistando informazioni da utilizzare per finalità private o da rivendere a loro volta. Un circuito che, nelle parole del procuratore, appare “vivissimo”, segno di una domanda costante e di un’offerta organizzata.

Un sistema diffuso e strutturato

L’inchiesta delinea un meccanismo tutt’altro che occasionale. Le richieste di accesso arrivavano dall’esterno e venivano soddisfatte in cambio di denaro, secondo una logica quasi commerciale. Un sistema che gli investigatori ritengono strutturato e ramificato, capace di operare su scala nazionale.

Le operazioni hanno interessato diverse città italiane — da Napoli a Roma, passando per Ferrara, Belluno e Bolzano — a conferma di una rete estesa e interconnessa.

Migliaia le persone individuate come parti offese: soggetti i cui dati sarebbero stati consultati e potenzialmente utilizzati senza alcuna autorizzazione. Nel frattempo, proseguono gli accertamenti sul materiale sequestrato, con l’obiettivo di ricostruire l’intera filiera del traffico illecito di informazioni e verificare le eventuali ricadute concrete dell’uso di quei dati.

Un’inchiesta che, oltre ai profili penali, apre interrogativi più ampi sulla sicurezza dei sistemi informativi pubblici e sulla vulnerabilità di archivi che custodiscono informazioni tra le più sensibili dello Stato.

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