Doveva essere una tregua simbolica, limitata ma carica di significato politico, nelle giornate dell’8 e 9 maggio, quando la Russia celebra il Giorno della Vittoria. Si è invece trasformata nell’ennesimo capitolo di accuse reciproche, con Kiev e Mosca impegnate a denunciare violazioni e rilanciare operazioni militari.
A rompere per primo il silenzio è stato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che ha affidato ai social una denuncia netta: «Non c’è stato nemmeno un tentativo simbolico di cessate il fuoco da parte russa». Parole che arrivano dopo una notte descritta come particolarmente intensa sul piano militare. Secondo Kiev, le forze russe avrebbero lanciato oltre 140 attacchi lungo la linea del fronte già nelle prime ore del mattino, accompagnati da una massiccia offensiva aerea.
Il dato più impressionante riguarda l’utilizzo dei droni: più di 850 velivoli senza pilota impiegati, tra dispositivi FPV, Lancet e altri sistemi d’attacco e ricognizione. Una pressione costante, sottolinea Zelensky, che non si è limitata ai raid offensivi ma ha incluso anche una presenza continua nei cieli delle aree di prima linea per attività di monitoraggio e intelligence.
Particolarmente colpita, secondo fonti ucraine, la zona di Slovyansk, dove si sarebbero concentrati numerosi assalti notturni. «Difenderemo le nostre posizioni e la vita del nostro popolo», ha ribadito il presidente, lasciando intendere una risposta militare immediata e proporzionata: «Come nelle ultime 24 ore, anche oggi risponderemo con la stessa moneta».
Sul fronte opposto, però, la narrazione è radicalmente diversa. Mosca accusa Kiev di aver violato il cessate il fuoco su larga scala, parlando di ben 1.365 infrazioni. Secondo il ministero della Difesa russo, l’Ucraina avrebbe lanciato, dopo la mezzanotte, circa 390 droni e sei missili contro il territorio della Federazione, nonostante l’entrata in vigore della tregua.
Una versione che ribalta completamente le responsabilità e giustifica la reazione militare russa. «Le forze armate hanno risposto in modo speculare», si legge nella nota diffusa su Telegram, specificando che gli attacchi di rappresaglia hanno preso di mira sistemi di lancio multiplo, artiglieria, mortai e centri di comando ucraini, oltre ai siti di decollo dei droni.
Il risultato è un quadro in cui la tregua resta solo sulla carta, mentre sul terreno si registra una continuità operativa che svuota di significato qualsiasi pausa annunciata. La coincidenza con le celebrazioni del 9 maggio, momento altamente simbolico per la Russia, non ha prodotto alcuna de-escalation visibile.
Al contrario, il botta e risposta tra le due capitali evidenzia una dinamica ormai consolidata: ogni iniziativa diplomatica o simbolica viene rapidamente riassorbita nella logica del conflitto, dove la comunicazione pubblica diventa parte integrante della strategia militare.
In questo scenario, le parole di Zelensky assumono un valore che va oltre la cronaca delle ultime ore: «La Russia deve porre fine alla guerra». Un’affermazione che richiama la prospettiva negoziale, ma che, alla luce degli eventi sul campo, appare ancora lontana da qualsiasi concreta possibilità di attuazione.
