Nel cuore del Caucaso, dove si incrociano tensioni geopolitiche e nuove rotte strategiche, l’Europa si interroga sulla propria capacità di restare unita in un’epoca segnata da crisi multiple e simultanee. È in questo contesto che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha preso la parola al panel “Maintaining European unity and coherence in times of polycrisis”, nell’ambito del vertice della Comunità politica europea in corso a Erevan.
Il concetto chiave è quello di “poli-crisi”: una sovrapposizione di emergenze – dalla migrazione ai conflitti, dalle tensioni economiche alle sfide energetiche – che rende sempre più complessa la gestione dei fenomeni globali. E proprio la migrazione, ha sottolineato Meloni, rappresenta uno degli esempi più emblematici di questa interconnessione. “È parte integrante della poli-crisi – ha spiegato – e nessuno Stato può pensare di affrontarla in solitudine”. Da qui il richiamo alla cooperazione come unica strada percorribile.
Negli ultimi anni, ha ricordato la premier, l’Unione Europea ha dimostrato una capacità di risposta non scontata. Dalla pandemia alla guerra in Ucraina, Bruxelles ha saputo mettere in campo strumenti straordinari, rafforzando il coordinamento tra gli Stati membri. Tuttavia, secondo Meloni, questo approccio non è più sufficiente.
Il vero salto di qualità, oggi, passa da un cambio di paradigma: non limitarsi a reagire alle emergenze, ma sviluppare una capacità preventiva. “Dobbiamo evolvere – ha affermato – passando dalla gestione delle crisi alla loro anticipazione”. Un obiettivo ambizioso che implica una maggiore integrazione politica, strumenti decisionali più rapidi e una visione strategica condivisa.
Il messaggio lanciato da Erevan è chiaro: in un mondo sempre più instabile, l’unità europea non può essere solo una risposta contingente, ma deve trasformarsi in un metodo strutturale di governo delle crisi. Una sfida che riguarda non solo le istituzioni, ma l’intero progetto europeo.
