12 Ottobre 2026, lunedì
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Addio a Mircea Lucescu, il signore del calcio europeo

Dalla Romania all’Italia, fino ai trionfi internazionali: si spegne a 80 anni uno degli allenatori più influenti della storia moderna del pallone

Il calcio europeo perde uno dei suoi maestri più longevi e rispettati: Mircea Lucescu si è spento all’età di 80 anni all’Ospedale Universitario di Bucarest, dove era ricoverato in condizioni critiche dopo un grave peggioramento del quadro cardiaco.

La notizia della scomparsa, comunicata dalla stessa struttura sanitaria della capitale rumena, ha rapidamente fatto il giro del mondo, riportando al centro della memoria collettiva una figura che ha attraversato epoche, generazioni e frontiere del calcio con straordinaria continuità.

Le condizioni dell’ex commissario tecnico della Romania si erano aggravate nei giorni successivi alle tensioni vissute durante i playoff mondiali contro la Turchia. Dopo un primo malore accusato il 29 marzo durante una seduta di allenamento, il quadro clinico sembrava inizialmente stabilizzarsi, salvo precipitare pochi giorni dopo con un infarto miocardico acuto. Il ricovero d’urgenza, le aritmie gravi, il trasferimento in terapia intensiva e il coma farmacologico: un decorso drammatico culminato nel decesso nelle ultime ore.

Lucescu lascia un’eredità che va ben oltre i risultati. Nato nel 1945, è stato prima simbolo in campo — capitano della nazionale rumena e protagonista ai Mondiali del 1970 — e poi architetto di una carriera in panchina lunga oltre quattro decenni.

Fu tra i pionieri del calcio rumeno moderno: negli anni Ottanta guidò la nazionale alla sua prima storica qualificazione a un Europeo, nel 1984, segnando una svolta culturale prima ancora che sportiva. Ma è nella sua dimensione internazionale che Lucescu ha costruito il proprio mito.

In Italia, il suo percorso è stato fatto di intuizioni e passaggi contrastati: dall’esordio con il Pisa nei primi anni Novanta, al rilancio con il Brescia — capace di riportare due volte in Serie A — fino alle parentesi con Reggiana e Inter, dove non riuscì a esprimere appieno la sua visione calcistica.

Altrove, invece, il suo talento ha trovato terreno fertile. Con il Galatasaray conquistò la Supercoppa Europea, mentre con lo Shakhtar Donetsk diede vita a una delle esperienze più vincenti del calcio dell’Est: 21 trofei nazionali e la storica Coppa Uefa 2007-08, trasformando il club ucraino in una realtà stabile del panorama continentale. Successi anche con Dinamo Kiev e Besiktas, in un percorso che ha attraversato sistemi calcistici e contesti politici diversi, sempre con la stessa impronta: rigore, eleganza e capacità di innovare.

Nell’agosto 2024 aveva scelto di tornare là dove tutto era iniziato, accettando nuovamente la guida della Romania, quasi a chiudere un cerchio umano e professionale lungo una vita. Una scelta che oggi assume il valore simbolico di un ultimo atto d’amore verso il proprio Paese.

Commosso il ricordo della Federcalcio rumena, che lo ha definito “più di un allenatore”, sottolineando il suo ruolo di guida morale oltre che sportiva. Non solo un tecnico, dunque, ma un punto di riferimento culturale, capace di insegnare che il calcio può essere anche disciplina, dignità e visione.

Con la scomparsa di Mircea Lucescu se ne va un pezzo di storia del calcio europeo: un uomo capace di attraversare il tempo senza mai smarrire la propria identità, lasciando in eredità non soltanto trofei, ma un’idea profonda e raffinata del gioco.

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