Alle 9 del mattino, mentre il territorio tratteneva il fiato dopo giorni di pioggia battente, il ponte sul Trigno ha ceduto di schianto. Un collasso netto, improvviso, quasi chirurgico: la struttura si è spezzata a metà, interrompendo uno dei principali assi viari tra Molise e Abruzzo, lungo la Statale 16.
Non un crollo annunciato, ma temuto sì. Le verifiche tecniche erano in corso proprio in quelle ore, segno di una fragilità già percepita. A evitare il bilancio tragico è stato il caso — o forse la prudenza —: il traffico era stato interdetto. “Se ci fossero stati veicoli in transito sarebbe stata una tragedia”, ha spiegato la sindaca di Montenero di Bisaccia, Simona Contucci.
Il ponte che si inabissa diventa così il simbolo più evidente di un territorio sotto pressione, dove il maltempo non è più soltanto un evento atmosferico ma una prova strutturale.
Viabilità spezzata, territori isolati
Con il crollo si interrompe una direttrice fondamentale della costa adriatica. I collegamenti tra Abruzzo e Molise risultano ora fortemente compromessi, concentrati su un unico percorso alternativo che si snoda tra statali e provinciali già sotto stress.
L’invito delle autorità è netto: muoversi solo se necessario. Non è una raccomandazione generica, ma una misura di contenimento di un sistema viario improvvisamente fragile.
L’uscita da Montenero di Bisaccia è garantita solo attraverso la SS157 verso Termoli e Petacciato, mentre per raggiungere l’Abruzzo occorre deviare lungo la provinciale 55. Un percorso tortuoso, che attraversa un altro ponte sul Trigno — al momento percorribile, ma sotto osservazione.
Anche l’autostrada resta un’opzione, ma con limitazioni: il casello A14 di Termoli è chiuso. E come se non bastasse, è stato interdetto anche un secondo ponte sul fiume, quello che collega Montenero a San Salvo. La rete si restringe, e con essa la mobilità di migliaia di persone.
L’acqua avanza: evacuazioni e soccorsi
Il crollo del ponte è solo la punta dell’iceberg. Lungo la costa molisana l’acqua ha già invaso case e strade, costringendo circa 150 persone a lasciare le proprie abitazioni, soprattutto a Termoli.
Le aree di Rio Vivo e Marinelle sono tra le più colpite: qui l’acqua ha imposto evacuazioni rapide, notti trascorse nei centri di accoglienza, tra palazzetti dello sport e strutture scolastiche adattate all’emergenza. Situazioni analoghe si registrano a Campomarino Lido e nelle campagne di Guglionesi.
Il dispositivo dei soccorsi è stato rafforzato: i Vigili del fuoco hanno richiamato personale e attivato colonne mobili da diverse regioni, con squadre specializzate in interventi in ambiente alluvionale. Mezzi anfibi, gommoni da rafting e sommozzatori operano senza sosta per raggiungere le aree più critiche.
Trasporti nel caos, infrastrutture sotto stress
Non è solo la rete stradale a cedere. Anche quella ferroviaria subisce contraccolpi pesanti. Se la linea tra Foggia e Caserta è stata ripristinata dopo l’esondazione del Cervaro, resta interrotta la direttrice adriatica tra Fossacesia e il porto di Vasto per l’esondazione dell’Osento.
I collegamenti sono garantiti da autobus sostitutivi, ma compatibilmente con strade spesso allagate o danneggiate. Nella notte centinaia di passeggeri sono rimasti bloccati nelle stazioni di Pescara e Ancona, in attesa di trasferimenti alternativi.
Intanto, il livello del lago di Guardialfiera continua a salire, avvicinandosi allo sfioro della diga del Liscione. I torrenti sono ingrossati, le strade chiuse si moltiplicano.
Fragilità strutturale e richiesta di interventi
Dalla provincia di Foggia arriva una richiesta formale di stato di calamità naturale. Il presidente Giuseppe Nobiletti parla senza mezzi termini di un territorio fragile, dove ogni ondata di maltempo riapre le stesse ferite.
Ponti, viadotti, strade: infrastrutture che mostrano limiti evidenti di fronte a eventi meteorologici sempre più intensi. “Servono investimenti certi e programmati”, è il messaggio, che suona come un monito più che come una denuncia.
Un’emergenza che interroga il futuro
Il crollo del ponte sul Trigno non è solo un fatto di cronaca. È una crepa visibile in un sistema che fatica a reggere l’urto del clima che cambia e della manutenzione che rincorre.
Mentre le ruspe si preparano a intervenire e i soccorsi continuano, resta una domanda sospesa: quanto può ancora reggere un territorio che, a ogni pioggia, si scopre più vulnerabile?
