3 Ottobre 2026, sabato
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Milano, tram deragliato: “Ero svenuto prima dell’impatto”. La versione del conducente sotto accusa

Due ore di interrogatorio in Procura per il tranviere del Tramlink linea 9: al centro il malore, la telefonata con un collega e i dubbi sui sistemi di sicurezza

Un vuoto improvviso, “un muro nero” che cancella ogni ricordo fino all’istante dello schianto. È attorno a questo passaggio che ruota la versione fornita agli inquirenti da Pietro Montemurro, il conducente del Tramlink della linea 9 deragliato il 27 febbraio a Milano, tragedia costata la vita a due persone e che ha lasciato sul terreno oltre cinquanta feriti.

Davanti ai pubblici ministeri Elisa Calanducci e Corinna Carrara, il tranviere – oggi indagato per disastro ferroviario, omicidio e lesioni colposi – ha ricostruito in circa due ore di interrogatorio gli attimi che hanno preceduto l’incidente. Una narrazione che, secondo i suoi legali Mirko Mazzali e Benedetto Tusa, poggia su un elemento cruciale: la perdita di coscienza prima ancora che il mezzo saltasse la fermata e iniziasse la corsa fuori controllo.

Il momento del malore

Montemurro ha indicato con precisione il punto in cui sostiene di aver perso i sensi: mentre il tram stava accelerando, con la leva ancora saldamente tra le mani. Un dettaglio che, nelle intenzioni della difesa, mira a dimostrare l’imprevedibilità dell’evento e l’assenza di condotte volontarie o imprudenti alla guida.

Da quel momento, nel suo racconto, si apre un’interruzione totale della memoria. Nessuna percezione della corsa anomala del convoglio, nessun tentativo di frenata: solo il buio fino al risveglio, avvenuto – ha dichiarato – dopo l’urto violento contro il vetro del mezzo.

Il nodo della telefonata

Tra i passaggi più scrutinati dagli inquirenti c’è la telefonata intercorsa tra il conducente e un collega, inizialmente ritenuta uno degli elementi potenzialmente decisivi per chiarire le responsabilità.

Secondo quanto riferito dai difensori, la chiamata sarebbe durata non più di un minuto e sarebbe avvenuta quando il tram era ancora fermo, prima della fermata di piazza della Repubblica. Il motivo: un dolore persistente all’alluce del piede sinistro, già oggetto di un precedente problema, che avrebbe spinto Montemurro a chiedere consiglio su come comportarsi nel caso di un peggioramento.

La durata complessiva di 3 minuti e 40 secondi registrata dai dati telefonici, spiegano gli avvocati, potrebbe essere il risultato di una chiamata rimasta aperta anche dopo la fine della conversazione. Un aspetto che sarà ora oggetto di verifiche tecniche più approfondite.

Accertamenti e interrogativi aperti

Il quadro resta tutt’altro che definito. Sul tavolo della Procura si intrecciano accertamenti medici e analisi tecniche: da un lato, la necessità di chiarire le cause del presunto malore e un eventuale collegamento con il dolore al piede; dall’altro, la ricostruzione precisa della dinamica attraverso i dati della scatola nera e dei dispositivi mobili.

Non è invece emerso, almeno in questa fase, un approfondimento specifico sui sistemi automatici di sicurezza e frenata del convoglio, un tema destinato però a diventare centrale nel prosieguo delle indagini.

Nel frattempo, la versione del conducente segna una linea difensiva netta: l’incidente, sostiene, sarebbe stato innescato da un evento improvviso e incontrollabile. Una tesi che ora dovrà confrontarsi con gli elementi oggettivi raccolti dagli investigatori, chiamati a stabilire se quel “muro nero” sia davvero la chiave per spiegare una delle più gravi tragedie recenti del trasporto pubblico milanese.

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