A cura di Gilberto Borzini
LA RIFLESSIONE
Guerra in Iran: epilogo imperialista?
Mentre il conflitto iraniano prosegue occorre domandarsi se questa Guerra scatenata dall’Imperialismo occidentale non rappresenti l’ultima fase del suo declino.
Fu nel 1947, a ridosso della fine della Seconda guerra mondiale e degli accordi di Yalta, con cui il mondo veniva suddiviso in sfere di influenza, che l’Inghilterra propose di attribuire parte del proprio protettorato mediorientale al popolo ebraico, vittima delle atrocità perpetrate dal regime nazista sconfitto.
La questione ebraica, anche per Londra, affondava le proprie radici nel passato. Già prima del conflitto, il governo di Sua Maestà aveva ipotizzato l’assegnazione di una porzione dell’Uganda al popolo ebraico: proposta inizialmente accettata, ma poi resa superflua dall’evoluzione degli eventi bellici.
Sempre nel 1947, le giovani Nazioni Unite registrarono una posizione statunitense non apertamente favorevole alla soluzione palestinese. Il voto conclusivo con cui l’ONU approvò la nascita dello Stato di Israele giunse infatti con sorpresa, persino tra i coloni ebrei già presenti nel territorio palestinese sotto mandato britannico.
Va ricordato, sia pure brevemente, che i nuovi insediamenti ebraici sorsero spesso nelle abitazioni dei palestinesi e sui loro terreni, con il sostegno e la protezione dell’esercito inglese: un elemento che, fin dall’inizio, non favorì alcuna possibile integrazione tra le parti.
Così, mentre l’Inghilterra riduceva rapidamente i costi del proprio Impero concedendo l’indipendenza all’India e avviando in Medio Oriente una nuova stagione di Stati nazionali, il mondo arabo nel suo complesso reagì alla nascita di Israele dando avvio a una guerra senza quartiere.
Una serie di errori madornali
Trainati anche dagli interessi delle grandi compagnie petrolifere anglo-statunitensi, furono soprattutto gli inglesi a commettere una serie di errori strategici rilevanti. La concessione dell’indipendenza all’India nel 1947 mise in evidenza la difficile convivenza tra le principali comunità religiose del subcontinente, determinando la nascita del Pakistan islamico a ovest e, successivamente, del Bangladesh a est: una frattura che ancora oggi alimenta tensioni e ostilità.
Uno schema non troppo diverso si ripeté in Medio Oriente, dove funzionari anglosassoni, spesso ignari della complessità storica, tribale ed etnica dei territori, tracciarono confini statali in modo arbitrario, con righello e squadra. Ne derivarono tensioni profonde e durature, che solo temporaneamente erano state attenuate dall’opera diplomatica di Thomas Edward Lawrence, il celebre Lawrence d’Arabia, durante il primo conflitto mondiale.
Si trattò, in sostanza, di una exit strategy britannica condotta con eccessiva superficialità, dettata dall’urgenza di ridurre i costi imperiali e di concentrare le risorse sulla ricostruzione interna, delegando in parte alle compagnie petrolifere anche ambiti propri della diplomazia economica e politica.
Gli Stati Uniti si inserirono in questo solco, avviando la politica dei petrodollari, funzionale a sostenere il debito pubblico americano attraverso il commercio energetico.
Dal colonialismo armato all’imperialismo finanziario
La successione di questi eventi segnò il passaggio dal colonialismo militare a una nuova forma di imperialismo, più sottile e funzionale, basata su logiche finanziarie. Senza il sistema dei petrodollari, le finanze statunitensi difficilmente avrebbero potuto affermare il dollaro come valuta di riferimento globale né sostenere il proprio debito pubblico tramite l’emissione costante di titoli.
Alcuni leader mediorientali, tuttavia, tentarono di sottrarsi a questo meccanismo. Dal libico Gheddafi all’iracheno Saddam Hussein, emerse l’ipotesi di svincolare la vendita delle risorse energetiche dal dollaro statunitense. Un orientamento che incontrò una forte opposizione da parte degli Stati Uniti, sfociando, secondo diverse interpretazioni, in conflitti armati e interventi giustificati come operazioni di esportazione della democrazia.
Nello stesso contesto si colloca la rivoluzione iraniana, quando un imam determinato, fermamente contrario ai principi finanziari occidentali basati su interesse e usura, riuscì a rovesciare lo scià Reza Pahlavi, instaurando una Repubblica Islamica destinata a diventare un punto di riferimento per una parte del mondo islamico.
Grande e Piccolo Satana nella rete di Hormuz
Fu proprio a Teheran che nacque la definizione di “Grande Satana” per gli Stati Uniti e di “Piccolo Satana” per Israele: una contrapposizione simbolica che univa dimensione religiosa e strategia economica, nel tentativo di promuovere una dedollarizzazione del mercato petrolifero.
Questo progetto, progressivamente condiviso anche da alcune economie emergenti riunite nel blocco dei BRICS, rappresenta una sfida diretta agli equilibri economici dominati dall’Occidente.
Secondo questa lettura, la risposta statunitense — sostenuta anche da Israele — si è tradotta in interventi militari volti a preservare tali equilibri. Tuttavia, anche queste azioni, come già avvenuto in passato, sono state spesso condotte con fretta e scarsa lungimiranza.
Oggi, ad esempio, le forze iraniane esercitano una pressione strategica sul traffico marittimo nello stretto di Hormuz, uno snodo cruciale per il commercio energetico globale. Una strategia che potrebbe estendersi ad altri punti nevralgici, come lo stretto di Bab el-Mandeb, anche grazie al sostegno di attori regionali come i ribelli Houthi nello Yemen.
Il fine e i mezzi
L’ennesima guerra nel Golfo può essere interpretata come un ulteriore tentativo degli Stati Uniti di riaffermare la propria influenza globale. Come scriveva Carl von Clausewitz, il ricorso alla guerra avviene quando politica e diplomazia hanno esaurito le loro possibilità.
In questo scenario, segnato da leadership spesso improntate a toni aggressivi, il rischio è che lo spazio per il dialogo si riduca drasticamente.
Se l’Europa intende davvero intraprendere un percorso politico autonomo, fondato sul multilateralismo e sul rispetto reciproco tra blocchi internazionali, allora una possibile risposta all’attuale contesto potrebbe consistere in una presa di distanza strategica: meno allineamento automatico e maggiore autonomia decisionale.
