Una nomina strategica nel cuore del potere iraniano si intreccia con un’escalation militare che continua a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. A una settimana dalla morte di Ali Larijani, Teheran affida il delicato dossier della sicurezza nazionale a Mohammad Bagher Zolghadr, generale in pensione dei Pasdaran, chiamato a guidare il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale in una delle fasi più tese degli ultimi anni.
La scelta di Zolghadr, figura con un solido passato nelle Guardie Rivoluzionarie, segnala una linea di continuità improntata alla fermezza. Un segnale interno ed esterno, mentre sul piano internazionale si moltiplicano i tentativi – ancora fragili – di riportare la crisi su un binario negoziale.
Secondo il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, un’intesa con Teheran sarebbe ormai “vicina su tutti i punti”. Un’affermazione che trova riscontro nelle indiscrezioni secondo cui Washington starebbe valutando il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, come interlocutore privilegiato e possibile figura chiave per una futura leadership del Paese.
Ma alla diplomazia si sovrappone, senza soluzione di continuità, il linguaggio delle armi.
Nella notte, le sirene d’allarme sono tornate a suonare a Tel Aviv e in diverse aree della Cisgiordania, in seguito a nuovi attacchi missilistici che avrebbero causato almeno sei feriti. La risposta israeliana non si è fatta attendere: le forze guidate da Benjamin Netanyahu hanno colpito obiettivi nell’Iran occidentale, distruggendo – secondo fonti militari – lanciatori e infrastrutture strategiche.
Parallelamente, resta altissima la tensione sul fronte libanese. Raid aerei israeliani hanno colpito sette diverse aree nel sud di Beirut, mentre da Tel Aviv arriva un messaggio inequivocabile: Israele intende assumere il controllo della cosiddetta “zona di sicurezza” nel sud del Libano, ampliando di fatto il raggio delle operazioni militari.
In questo quadro già incandescente si inserisce anche la posizione degli Stati Uniti, che da un lato lavorano a una possibile de-escalation con l’Iran, dall’altro continuano a intervenire militarmente nella regione. Nell’ovest dell’Iraq, forze americane hanno ucciso 15 miliziani legati all’ex coalizione paramilitare Hashed al-Shaabi, le Forze di mobilitazione popolare integrate nell’esercito di Baghdad e protagoniste in passato della lotta contro l’Isis.
Sul piano politico-diplomatico, si registra anche una significativa frattura tra Beirut e Teheran. Il Libano ha infatti ritirato le credenziali al nuovo ambasciatore iraniano, Mohammad Reza Shibani, dichiarandolo persona non grata. Il ministro degli Esteri Youssef Raggi ha formalizzato la decisione, intimando al diplomatico di lasciare il Paese entro il 29 marzo, in un gesto che riflette il crescente nervosismo libanese per il ruolo iraniano nella regione.
A complicare ulteriormente lo scenario è l’impennata dei mercati energetici: il prezzo del petrolio è tornato a superare la soglia dei 100 dollari al barile, segnale evidente di una crisi che non è solo militare e politica, ma anche economica e globale.
Infine, da Washington arriva un richiamo diretto a Israele. Il vicepresidente J.D. Vance ha avuto un colloquio telefonico con Netanyahu, sollecitando un freno alle violenze dei coloni nei territori palestinesi. Un invito alla moderazione che evidenzia le tensioni, non solo sul campo, ma anche tra alleati.
Tra nuovi equilibri interni in Iran e una spirale di violenza che attraversa più fronti, il Medio Oriente resta sospeso tra la prospettiva di un accordo e il rischio concreto di un conflitto sempre più esteso.

