La retorica di Kim Jong-un torna a farsi incandescente e segna un nuovo punto di rottura nei già fragili equilibri della penisola coreana. Nel suo intervento davanti all’Assemblea popolare suprema, il leader di Corea del Nord ha definito ufficialmente la Corea del Sud lo “Stato più ostile”, accompagnando l’etichetta con un avvertimento netto: qualsiasi provocazione da parte di Seul sarà seguita da una risposta “spietata”.
Le dichiarazioni, diffuse dall’agenzia ufficiale Korean Central News Agency, confermano un cambio di paradigma ormai evidente nella strategia di Pyongyang. Non più soltanto tensioni episodiche o schermaglie diplomatiche, ma una ridefinizione strutturale del rapporto con il Sud, trasformato da interlocutore scomodo a nemico dichiarato.
La linea dura: nucleare “irreversibile”
Al centro del discorso, la riaffermazione di un principio che Kim considera non negoziabile: lo status nucleare del Paese “non cambierà mai”. Una presa di posizione che chiude, almeno nel breve periodo, qualsiasi spiraglio di dialogo sul disarmo e ribadisce la volontà di mantenere – e anzi rafforzare – la capacità di deterrenza.
Pyongyang punta a una forza militare in grado di garantire una risposta “rapida e precisa” contro quelle che definisce minacce strategiche. Un linguaggio che richiama esplicitamente scenari di escalation e che si inserisce in un contesto regionale già attraversato da crescenti tensioni.
Verso una nuova Costituzione
Tra i temi affrontati, anche una possibile revisione della Carta fondamentale. I dettagli restano opachi, ma il dibattito interno suggerisce un passaggio simbolico e politico rilevante: l’eventuale inserimento formale della Corea del Sud come Stato ostile.
Un cambiamento che segnerebbe la definitiva archiviazione del principio – ancora presente nella Costituzione vigente – della riunificazione pacifica della penisola. Già dal 2024, Kim aveva avviato modifiche legislative per qualificare Seul come “nemico numero uno”, aprendo la strada a una dottrina più aggressiva e meno conciliatoria.
L’attacco agli Stati Uniti
Nel mirino del leader nordcoreano non c’è soltanto il Sud. Parole durissime sono state riservate anche agli Stati Uniti, accusati di essere responsabili di “terrorismo” e di invasioni in diverse aree del mondo. Un riferimento che, secondo osservatori internazionali, allude anche alle tensioni mediorientali e ai conflitti in corso.
La narrativa di Pyongyang resta coerente: il rafforzamento dell’arsenale nucleare è presentato come una necessità difensiva contro un sistema internazionale percepito come ostile e dominato da Washington.
Uno scenario sempre più rigido
Il messaggio che arriva da Pyongyang è chiaro: nessuna apertura, nessun compromesso, ma una progressiva istituzionalizzazione del confronto. La Corea del Nord si prepara a consolidare il proprio status nucleare e a rispondere con fermezza a qualsiasi pressione esterna.
In questo quadro, la penisola coreana si allontana ulteriormente da prospettive di dialogo, mentre la distanza tra le parti si cristallizza in una contrapposizione sempre più ideologica, militare e permanente.
