Dalle hit che scalano le classifiche alle cronache giudiziarie più gravi. È un salto brusco quello che riporta al centro delle notizie Baby Gang, al secolo Zaccaria Mouhib, arrestato nelle prime ore del mattino dai Carabinieri del Comando Provinciale di Lecco insieme ad altre sei persone ritenute parte del suo entourage.
L’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal Gip del Tribunale di Lecco, si inserisce in un’inchiesta articolata che coinvolge complessivamente nove soggetti: oltre ai sette arrestati, per altri due è stato disposto il divieto di dimora nella provincia lecchese. Il perimetro delle accuse è ampio e pesante: detenzione e traffico di armi — anche da guerra — rapine, lesioni aggravate e, per il solo Mouhib, maltrattamenti nei confronti della compagna.
Un’indagine che parte dalle armi
Il filo dell’inchiesta riporta al febbraio 2025, quando l’arresto di un pregiudicato macedone, trovato in possesso di due pistole rubate e già utilizzate in precedenti sparatorie a Milano, apre uno squarcio investigativo. Quelle armi, secondo gli inquirenti, sarebbero riconducibili proprio al rapper, che le avrebbe cedute.
Da lì si sviluppa un’indagine che si salda con precedenti attività investigative, culminate nel settembre dello stesso anno con l’arresto in flagranza di sei persone — tra cui lo stesso Mouhib — per il possesso di una pistola clandestina. Un percorso investigativo che, nel tempo, ha permesso di ricostruire una rete strutturata e operativa.
Armi, intimidazioni e “ronde punitive”
Secondo quanto emerso, il gruppo avrebbe gestito un traffico di armi da fuoco comuni e da guerra, alcune delle quali già sequestrate. Non solo detenzione e cessione: quelle armi sarebbero state utilizzate anche come strumenti di pressione sul territorio.
Gli investigatori parlano di vere e proprie “ronde punitive”, organizzate per colpire soggetti ritenuti concorrenti o ostili. Un sistema di intimidazione che, al di là della dimensione criminale, disegna un modello di controllo fondato sulla violenza e sulla forza dimostrativa.
L’aggressione di Calolziocorte
Tra gli episodi contestati, spicca quello avvenuto il 15 giugno 2025 a Calolziocorte. Tre cittadini rumeni, colpevoli soltanto di essersi fermati a parlare nei pressi dell’abitazione del cantante, sarebbero stati accerchiati, trascinati e brutalmente picchiati dal gruppo.
Un’aggressione che gli inquirenti descrivono come gratuita e sproporzionata, indicativa — sostengono — di una spregiudicatezza operativa e di una totale noncuranza delle conseguenze penali, aggravata dal fatto che Mouhib fosse già sottoposto a misure di sorveglianza speciale.
Le violenze private
A rendere ancora più grave il quadro è il capitolo delle violenze domestiche. Il rapper è infatti indagato anche per maltrattamenti e lesioni aggravate nei confronti della compagna convivente, una giovane di 22 anni.
Le indagini parlano di vessazioni quotidiane, sia psicologiche che fisiche, culminate in un episodio particolarmente violento: la donna sarebbe stata colpita ripetutamente al volto, riportando la frattura del setto nasale, prima di essere allontanata dall’abitazione.
Il cortocircuito tra immagine pubblica e realtà giudiziaria
L’inchiesta solleva inevitabilmente interrogativi più ampi sul rapporto tra immagine artistica e condotta personale. La parabola di Baby Gang — già in passato al centro di vicende giudiziarie — torna a evidenziare un cortocircuito sempre più frequente: quello tra la narrazione musicale, spesso intrisa di riferimenti alla strada e alla violenza, e una realtà che, secondo gli inquirenti, travalica la dimensione artistica per radicarsi in comportamenti criminali concreti.
Il blitz di oggi rappresenta un punto di svolta investigativo, ma anche l’ennesimo capitolo di una storia in cui notorietà e illegalità sembrano procedere, pericolosamente, sullo stesso binario.
