Ventisei anni di reclusione. È questa la pena richiesta dalla Procura di Parma nei confronti di Chiara Petrolini, la giovane di 22 anni al centro di uno dei casi giudiziari più sconvolgenti degli ultimi anni. Secondo l’accusa, la ragazza avrebbe partorito due neonati nella sua abitazione, uccidendoli subito dopo la nascita e seppellendone i corpi nel giardino di casa.
Per i magistrati, le prove raccolte nel corso delle indagini delineerebbero un quadro di responsabilità piena per tutti i capi d’imputazione: due omicidi volontari aggravati dalla premeditazione e la soppressione dei cadaveri. Una vicenda che, secondo la ricostruzione dell’accusa, sarebbe maturata nel silenzio di una doppia gravidanza tenuta nascosta a tutti — familiari, fidanzato e amici — fino all’esito tragico.
Le attenuanti e il peso delle aggravanti
Nel formulare la richiesta di condanna, la Procura ha riconosciuto la presenza di alcune attenuanti generiche. In particolare la giovane età dell’imputata e l’immaturità psicologica emersa nella perizia psichiatrica depositata agli atti.
Elementi che tuttavia, secondo l’accusa, non possono prevalere sulle aggravanti contestate. Il procuratore ha sottolineato in aula la “gravità intrinseca dei fatti” e la totale incapacità di difesa delle vittime, due neonati appena venuti al mondo. Circostanze che, a suo giudizio, rendono il quadro delittuoso di particolare allarme.
A pesare nella ricostruzione accusatoria è soprattutto l’ipotesi di premeditazione prolungata nel tempo. Gli investigatori ritengono che la decisione di uccidere i bambini non sia stata improvvisa ma maturata nel corso dei mesi precedenti alla nascita. E nel secondo episodio — avvenuto circa un anno dopo il primo — la giovane avrebbe agito, secondo i magistrati, con la piena consapevolezza di ciò che sarebbe accaduto.
Il doppio segreto
Uno degli aspetti più inquietanti della vicenda riguarda la capacità dell’imputata di mantenere il segreto sulle gravidanze. La Procura ha evidenziato come Petrolini sia riuscita a celare entrambe le gestazioni anche alle persone più vicine: i genitori con cui viveva e il fidanzato.
Un comportamento che, per l’accusa, dimostrerebbe una notevole determinazione nel portare avanti il piano e nel controllare la narrazione della propria vita quotidiana.
Il procuratore ha inoltre parlato di “spregiudicatezza” nei rapporti con l’autorità giudiziaria e con l’ambiente sociale, sottolineando come la giovane avrebbe continuato a condurre una vita apparentemente normale anche dopo i fatti.
La vita quotidiana dopo il delitto
Tra gli elementi richiamati dall’accusa vi è anche la condotta successiva agli omicidi. Secondo quanto emerso in aula, dopo il secondo parto e la morte del neonato, la ragazza avrebbe trascorso il tempo tra bar, pizzerie e appuntamenti dall’estetista, comportandosi — sempre secondo la ricostruzione dei magistrati — come se nulla fosse accaduto.
Un dettaglio che, per la Procura, rafforzerebbe l’ipotesi di una piena lucidità e di una gestione consapevole della propria immagine pubblica.
Il processo ora prosegue verso le prossime fasi dibattimentali, mentre il tribunale sarà chiamato a stabilire se accogliere la ricostruzione accusatoria e la richiesta di condanna avanzata dai magistrati. Una decisione attesa che dovrà fare luce definitiva su una storia che ha profondamente scosso l’opinione pubblica.
