Voce bassa, quasi monocorde, lo sguardo spesso sul foglio che stringe tra le mani. Davanti alla Corte d’assise di Parma, Chiara Petrolini rompe il silenzio che l’ha accompagnata finora nel processo che la vede imputata per l’omicidio premeditato e la soppressione dei cadaveri dei suoi due figli neonati, partoriti nel maggio 2023 e nell’agosto 2024 e poi sepolti nel giardino della casa di famiglia a Traversetolo.
Per circa sette minuti la giovane, 22 anni, ha letto le sue dichiarazioni spontanee. Parole scandite lentamente, interrotte solo una volta dall’emozione, con un obiettivo preciso: respingere l’immagine di sé che – dice – si è sedimentata nell’opinione pubblica.
«Sono stata descritta come un’assassina, come una madre che uccide i propri figli. Ma io non sono questo. Non ho mai voluto fare del male ai miei bambini».
Una frase che racchiude la linea difensiva della ragazza e che arriva all’inizio di un intervento in cui tenta di raccontare la propria fragilità emotiva e il vuoto interiore che, a suo dire, ha segnato gli ultimi anni della sua vita.
“La brava ragazza era solo apparenza”
Petrolini prova a ridisegnare il proprio ritratto pubblico. Fuori dall’aula – ricorda – molti l’hanno descritta come «la brava ragazza»: una famiglia solida, amici, un fidanzato, gli studi, il lavoro.
«Ma quella era solo apparenza», afferma.
Dietro l’immagine di normalità, racconta, si nascondeva una solitudine profonda: non l’assenza di persone intorno, ma la mancanza di un legame autentico con chi le stava accanto.
«Dentro di me c’era uno spazio vuoto che nessuno riusciva a riempire. Un malessere costante che mi accompagnava in tutte le giornate. Mi sentivo sbagliata e giudicata».
Un disagio, dice, che la portava a sorridere e scherzare con gli altri ma senza riuscire a confidare davvero ciò che provava.
«Ero arrivata a un punto in cui non riuscivo più a dire niente a nessuno».
Il nodo delle gravidanze negate
Uno dei passaggi centrali del processo riguarda proprio la consapevolezza delle due gravidanze. Su questo punto la giovane offre una ricostruzione che prova a spiegare la contraddizione emersa nelle indagini.
«Ho sempre dichiarato che sapevo di essere incinta – spiega – ma perché mi sembrava l’unica spiegazione possibile. In realtà non ho mai fatto un test di gravidanza e non sono mai stata sicura».
Dice di aver avuto momenti di dubbio, soprattutto osservando il proprio corpo.
«Quando facevo la doccia e vedevo la pancia, che però nessuno sembrava notare. Allora facevo ricerche su internet, ma non ho mai messo in atto nulla».
Nella sua mente – sostiene – prevaleva la convinzione che una gravidanza sarebbe stata inevitabilmente evidente.
«Mi dicevo che era impossibile, altrimenti gli altri se ne sarebbero accorti. Per questo continuavo a fumare o bere».
Petrolini insiste su un punto: non avrebbe mai assunto farmaci per anticipare il parto né avrebbe avuto sintomi tipici della gravidanza.
“Dentro ero distrutta”
Il momento più intenso del suo racconto arriva quando parla del parto e di ciò che è accaduto dopo.
«Fisicamente stavo bene, ma dentro ero distrutta».
La giovane respinge le accuse di indifferenza legate ai comportamenti successivi ai fatti – come uscire con gli amici o andare dall’estetista – che nelle indagini erano stati letti come segnali di freddezza.
«Non vuol dire che non sia stata male. Nessuno può capire il dolore di perdere un figlio se non gli è mai successo».
E aggiunge:
«Non importa se il bambino era appena nato o se era una cosa inaspettata. Quel bambino era parte di me. Non gli avrei mai fatto del male».
Il dolore, racconta, resta una presenza quotidiana.
«Ogni giorno mi alzo con un vuoto che faccio fatica a colmare. Mi chiedo come sarebbe oggi, che madre sarei stata».
“Ho sbagliato, ma volevo tenerli con me”
Nella parte finale delle dichiarazioni la 22enne riconosce un errore, senza però ammettere l’intenzionalità dell’omicidio.
«Anche se non mi aspettavo queste gravidanze, sapevo che avrei tenuto i bambini e li avrei voluti crescere».
La decisione presa dopo il parto – spiega – fu impulsiva.
«È stata una scelta sicuramente sbagliata, presa senza ragionare. Oggi sto iniziando a riconoscerlo».
All’epoca, però, dice di aver creduto fosse la soluzione più giusta.
«Volevo tenerli vicino a me, per non allontanarmi più da loro».
La requisitoria della Procura
Terminate le dichiarazioni spontanee dell’imputata, in aula è iniziata la requisitoria della Procura di Parma, rappresentata dalla pm Francesca Arienti e dal procuratore Alfonso D’Avino.
L’intervento della pm si è aperto con un gesto destinato a segnare il clima dell’udienza: la proiezione dell’immagine del corpo del secondo neonato trovato nel giardino della casa di Traversetolo nell’agosto 2024.
«Siamo qui per la morte di due bambini che non esistono solo sulla carta. Sono realmente esistiti», ha detto Arienti mostrando la fotografia.
Mentre l’immagine appariva sullo schermo, i genitori di Chiara Petrolini – presenti in aula – hanno evitato di guardare. Il padre, visibilmente scosso, ha appoggiato la testa tra le braccia; la madre ha voltato lo sguardo.
A differenza dell’imputata, la pm ha chiamato i due neonati con i nomi attribuiti al momento del riconoscimento per il certificato di morte: Angelo Federico e Domenico Matteo.
Nel ricostruire le indagini, l’accusa ha sottolineato quella che definisce una scelta consapevole della giovane.
Secondo la Procura, in Petrolini «emerge la decisione netta di rendere la gravidanza una vicenda esclusivamente personale, senza comunicarla a nessuno e mantenendo uno stile di vita incompatibile e dannoso per il nascituro».
Non solo: dalle indagini, ha aggiunto Arienti, sarebbe emersa anche «una tendenza sistematica e pervasiva alla menzogna».
Due versioni inconciliabili che ora la Corte d’assise dovrà valutare per stabilire se dietro quei due neonati morti ci sia stata disperazione, negazione o una scelta deliberata. Un processo destinato a restare tra i casi giudiziari più inquietanti e controversi degli ultimi anni.
