25 Ottobre 2026, domenica
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Medio Oriente, la spirale della guerra: Netanyahu alza il tono contro Teheran

Il premier israeliano rivendica l’offensiva con gli Stati Uniti: “Stiamo spezzando le ossa all’Iran”. Baghdad chiede di non essere trascinata nel conflitto, l’Unione europea invoca il diritto internazionale. Da Teheran: “Nessuna tregua”.

La guerra che incendia il Medio Oriente continua a muoversi lungo una linea sottile e pericolosa, dove la retorica bellica si intreccia con il rischio concreto di un’escalation regionale. Le parole pronunciate dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu segnano un ulteriore irrigidimento dei toni nel confronto con l’Iran: “Stiamo spezzando loro le ossa, e non abbiamo ancora finito”.

Il premier israeliano ha rivendicato i risultati dell’offensiva militare avviata il 28 febbraio insieme agli Stati Uniti durante una visita serale a un centro di emergenza del ministero della Salute. L’obiettivo dichiarato, secondo Netanyahu, è indebolire il potere iraniano fino a favorire un cambiamento interno: “Aspiriamo a portare il popolo iraniano a spezzare il giogo della tirannia. Ma alla fine dipende da loro”.

Una dichiarazione che si inserisce in un contesto di crescente tensione militare e diplomatica, nel quale la dimensione retorica della guerra sembra procedere di pari passo con la sua estensione geografica.

Baghdad teme di diventare campo di battaglia

Tra i Paesi più esposti al rischio di un allargamento del conflitto c’è l’Iraq. Il primo ministro Mohammed Shia’ al-Sudani, in una telefonata con il segretario di Stato americano Marco Rubio, ha espresso con chiarezza la posizione di Baghdad: il territorio iracheno non deve trasformarsi in una piattaforma operativa per attacchi nella guerra regionale.

Secondo quanto riferito dall’ufficio del premier, Al-Sudani ha ribadito la necessità che “lo spazio aereo, il territorio e le acque irachene non vengano utilizzati per azioni militari dirette contro Paesi vicini”. Un messaggio che riflette la volontà di evitare che l’Iraq venga trascinato in un conflitto più ampio, ma anche la crescente pressione esercitata dalle dinamiche geopolitiche dell’area.

Il premier iracheno ha inoltre denunciato le violazioni dello spazio aereo nazionale da parte di attori coinvolti nella guerra, sottolineando l’urgenza di preservare la sovranità del Paese e di evitare un ulteriore destabilizzazione della regione.

L’Europa richiama il diritto internazionale

Mentre le diplomazie cercano di contenere il conflitto, da Bruxelles arriva un richiamo netto al rispetto delle regole internazionali. Il presidente del Consiglio europeo António Costa, intervenendo alla conferenza degli ambasciatori dell’Unione europea, ha espresso sostegno al popolo iraniano ma ha messo in guardia contro la logica militare.

“La libertà e i diritti umani non possono essere conquistati con le bombe”, ha affermato Costa, ricordando che solo il diritto internazionale può garantire sicurezza e tutela dei civili.

Il leader europeo ha inoltre sottolineato i rischi di un’ulteriore escalation, che potrebbe avere conseguenze non solo per il Medio Oriente ma anche per l’Europa e per l’economia globale. In primo piano, tra le preoccupazioni, ci sono la sicurezza nucleare e la protezione delle popolazioni civili.

La risposta di Teheran: “Nessuna tregua”

Dall’altra parte della linea del fronte, il messaggio che arriva da Teheran è altrettanto duro. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha dichiarato che l’Iran non è interessato a un cessate il fuoco.

“Invece di cercare una tregua dobbiamo colpire l’aggressore in bocca per dargli una lezione”, ha scritto su X, accusando Israele di alimentare un ciclo permanente di guerra, negoziati e nuovi scontri con l’obiettivo di consolidare la propria posizione nella regione.

Secondo Ghalibaf, Teheran è determinata a interrompere questa dinamica, lasciando intendere che il confronto potrebbe proseguire ancora a lungo.

Ombre legali e morali sulla guerra

Le dichiarazioni sempre più aggressive di Netanyahu arrivano in un momento in cui la sua leadership è già segnata da forti controversie internazionali. Il premier israeliano è infatti destinatario di un mandato d’arresto internazionale emesso dalla Corte Penale Internazionale per presunti crimini contro l’umanità legati alla guerra nella Striscia di Gaza.

In questo contesto, il linguaggio utilizzato dal capo del governo israeliano – con immagini di distruzione fisica dell’avversario e allusioni a strategie militari estreme – alimenta nuove inquietudini nella comunità internazionale. Alcuni osservatori temono che l’intensificazione del conflitto possa portare all’uso di mezzi proibiti o indiscriminati, con effetti devastanti non solo per i combattenti ma soprattutto per la popolazione civile.

Le recenti dichiarazioni del premier, lette alla luce delle accuse che lo riguardano e del sostegno politico del presidente americano Donald Trump, evocano uno scenario in cui il diritto internazionale rischia di essere sempre più relegato ai margini.

È proprio questo il punto su cui insistono molti leader europei: senza un ritorno alle regole e alla diplomazia, il conflitto potrebbe trasformarsi in una spirale incontrollabile. E in una regione già attraversata da decenni di guerre, ogni nuova escalation rischia di lasciare ferite ancora più profonde.

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