2 Ottobre 2026, venerdì
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L’Italia lascia Teheran: ambasciata trasferita a Baku. Tajani: «Scelta di sicurezza, ma i rapporti restano»

Evacuati 50 italiani verso l’Azerbaigian mentre cresce la tensione regionale. La Cei lancia un appello contro l’escalation: il 13 marzo giornata di preghiera e digiuno per la pace.

La Farnesina decide di alleggerire la presenza diplomatica in Iran e spostare temporaneamente il proprio presidio nella regione caucasica. «Per motivi di sicurezza abbiamo deciso di chiudere temporaneamente la nostra ambasciata a Teheran. Il personale sarà trasferito a Baku», ha annunciato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, spiegando che la decisione è stata presa alla luce dell’evoluzione della situazione nell’area e in coordinamento con misure analoghe adottate da altri Paesi.

La sede diplomatica italiana nella capitale iraniana non viene però formalmente soppressa né viene interrotto il canale politico con le autorità di Teheran. «Non abbiamo rotto le relazioni diplomatiche», ha chiarito il titolare della Farnesina: l’ambasciata continuerà a operare, ma in via temporanea dalla capitale azera, con una soluzione logistica che consente di mantenere i contatti e al tempo stesso tutelare la sicurezza del personale.

L’evacuazione di diplomatici e connazionali

La decisione arriva al termine di una missione delicata che ha permesso il trasferimento di cittadini italiani fuori dal territorio iraniano. Secondo quanto riferito da Tajani, «si è appena conclusa l’operazione che ha consentito il passaggio di 50 italiani tra diplomatici e un gruppo di concittadini che voleva lasciare l’Iran attraverso il confine con l’Azerbaigian».

Il convoglio ha attraversato la frontiera verso il Caucaso meridionale raggiungendo la capitale azera, Baku, dove verrà temporaneamente ricollocata l’attività diplomatica italiana. La misura si inserisce in un processo già avviato da tempo: la presenza italiana a Teheran era stata progressivamente ridotta negli ultimi mesi proprio in ragione del clima di crescente instabilità.

Secondo il ministro, anche altre nazioni europee e occidentali hanno deciso di ridimensionare o sospendere le proprie rappresentanze diplomatiche nella capitale iraniana, un segnale della preoccupazione diffusa tra i governi per la sicurezza delle missioni straniere nell’area.

Una crisi che inquieta la comunità internazionale

Il ridispiegamento della diplomazia italiana avviene in un contesto regionale segnato da un rapido deterioramento del quadro politico e militare in Medio Oriente. Le tensioni, già alte negli ultimi mesi, alimentano il timore di un allargamento del conflitto con conseguenze difficilmente prevedibili.

L’allarme non riguarda solo i governi ma anche le istituzioni religiose. In Italia la Conferenza Episcopale Italiana ha lanciato un appello esplicito per fermare la spirale di violenza che attraversa la regione.

«L’escalation rischia di trascinare l’umanità in una guerra di proporzioni planetarie, una nuova inutile strage dalle conseguenze incalcolabili», avvertono i vescovi italiani in una nota diffusa nelle ultime ore.

L’appello della Chiesa: preghiera e digiuno per la pace

La Cei ha deciso di affiancare alla denuncia anche un’iniziativa spirituale concreta, promuovendo per venerdì 13 marzo una giornata di preghiera e digiuno. L’invito è rivolto a tutte le comunità ecclesiali del Paese affinché si uniscano in un momento di raccoglimento e invocazione per la pace.

L’appello si inserisce nel solco delle parole di Papa Leone, che nei giorni scorsi aveva chiesto con forza di «fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile».

Per i vescovi italiani la prospettiva è chiara: «La guerra non è e non può mai essere la risposta». Da qui l’invito a rivolgersi «al Re della Pace» affinché l’umanità sia preservata «dagli orrori e dalle lacrime di tutti i conflitti in corso».

Diplomazia e preoccupazione globale

La scelta italiana di trasferire temporaneamente l’ambasciata riflette dunque una doppia esigenza: proteggere il personale e i connazionali presenti nella regione, senza rinunciare al dialogo diplomatico con Teheran. Una linea di prudenza che fotografa bene il momento: la diplomazia resta aperta, ma il contesto internazionale impone cautela.

E mentre i governi si muovono tra evacuazioni e misure di sicurezza, dalle istituzioni religiose arriva un appello che guarda oltre la contingenza: evitare che la crisi in Medio Oriente diventi l’innesco di un conflitto molto più vasto. Una prospettiva che, oggi più che mai, inquieta la comunità internazionale.

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