3 Ottobre 2026, sabato
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Medio Oriente in fiamme. Meloni: L’Italia non è in guerra

Missili su Gerusalemme, Teheran sotto attacco. Meloni frena: “L’Italia non è in guerra e non vuole entrarci”. Ombre su un’offensiva curda smentita da Erbil

Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran entra nel suo sesto giorno con un fronte sempre più esteso e un linguaggio bellico che si fa via via più esplicito. Nella notte Teheran è stata colpita da una nuova ondata di raid, mentre su Gerusalemme sono risuonati i boati dei missili lanciati dall’Iran. In Libano, un attacco israeliano ha centrato la strada che conduce all’aeroporto di Beirut: tre i morti, sei i feriti secondo fonti locali.

Il quadro si complica ulteriormente con notizie contrastanti su un possibile intervento di milizie curde al confine occidentale dell’Iran, prontamente smentite dal Kurdistan iracheno. E mentre Pyongyang alza i toni, con il leader nordcoreano che promette sostegno missilistico a Teheran, da Roma la presidente del Consiglio Giorgia Meloni prova a tenere l’Italia fuori dalla spirale: “Non siamo in guerra e non vogliamo entrarci”, ha dichiarato ai microfoni di RTL 102.5.

Teheran nel mirino, Gerusalemme sotto i missili

La capitale iraniana è stata bersagliata durante la notte da attacchi mirati che, secondo fonti israeliane, rientrano in una strategia di pressione destinata a proseguire “una o due settimane”. A dirlo sono state le Israel Defense Forces, che hanno rivendicato la prosecuzione delle operazioni contro obiettivi ritenuti strategici.

La risposta iraniana non si è fatta attendere. Sirene e forti esplosioni hanno scosso Gerusalemme, dove l’esercito israeliano ha confermato il lancio di missili dall’Iran. L’ennesimo scambio diretto tra i due Paesi segna un salto di qualità nello scontro, ormai apertamente regionale e sempre meno confinato a operazioni indirette o a teatri periferici.

Il fronte libanese e l’ultimatum scaduto

In parallelo, Israele ha esteso la pressione anche al Libano. Un raid ha colpito la strada per l’aeroporto di Beirut, provocando tre morti e sei feriti. Proprio in Libano era scaduto nelle ore precedenti l’ultimatum israeliano di 24 ore rivolto a funzionari iraniani affinché lasciassero il Paese. Un messaggio chiaro: ogni presenza ritenuta legata a Teheran potrebbe diventare un bersaglio.

Il rischio di un coinvolgimento più ampio di Beirut è concreto. Il Libano rappresenta da anni uno dei punti di frizione più sensibili tra Israele e l’asse sciita regionale, e ogni azione sul suo territorio può innescare una catena di reazioni difficilmente controllabili.

Il giallo delle milizie curde

A complicare il quadro, nelle scorse ore alcuni media statunitensi e israeliani hanno parlato di un attacco di terra curdo in Iran. La testata israeliana iNews24 ha citato un funzionario della Coalizione delle forze politiche del Kurdistan (Cpfik), secondo cui migliaia di miliziani curdo-iraniani affiliati al Partito per una Vita Libera in Kurdistan (Pjak), con base in Iraq, sarebbero avanzati verso le montagne dell’Iran occidentale.

Una notizia potenzialmente esplosiva, che aprirebbe un ulteriore fronte terrestre contro Teheran. Tuttavia, fonti ufficiali di Erbil hanno rapidamente smentito: “Nessun curdo-iracheno è entrato in Iran”, ha dichiarato un membro dello staff del presidente del Kurdistan iracheno. Resta da capire se si sia trattato di un’operazione limitata, di un tentativo di pressione psicologica o di una notizia priva di riscontri operativi.

Pyongyang alza i toni

Sul piano internazionale, le dichiarazioni del leader nordcoreano Kim Jong-un aggiungono un ulteriore elemento di tensione. Pyongyang si è detta pronta a fornire missili a Teheran, arrivando a sostenere che “uno basterebbe per cancellare Israele”. Parole che, pur rientrando nella retorica aggressiva nordcoreana, contribuiscono a internazionalizzare ulteriormente la crisi.

La posizione dell’Italia

In questo scenario incandescente, l’Italia cerca una linea di equilibrio. “Non siamo in guerra e non vogliamo entrarci”, ha ribadito Meloni, sottolineando la volontà di evitare un coinvolgimento diretto del Paese. Una posizione che riflette la cautela di molti governi europei, stretti tra la solidarietà atlantica e la necessità di scongiurare un conflitto su larga scala che avrebbe ricadute economiche, energetiche e migratorie immediate.

Il conflitto, tuttavia, sembra aver imboccato una traiettoria pericolosa. Se l’obiettivo dichiarato di Israele è proseguire le operazioni ancora per settimane, e se l’Iran continua a rispondere colpo su colpo, il rischio è che la guerra a bassa intensità si trasformi in uno scontro aperto e prolungato, con nuovi attori pronti a entrare in scena. In Medio Oriente, la linea tra deterrenza e guerra totale si fa ogni giorno più sottile.

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