È morto in carcere, a 87 anni, Nitto Santapaola, uno dei nomi più ingombranti e simbolici della stagione stragista di Cosa Nostra. Era detenuto in regime di 41 bis, il cosiddetto carcere duro, misura riservata ai vertici delle organizzazioni mafiose per impedirne i contatti con l’esterno. La Procura di Milano ha disposto l’autopsia per accertare le cause del decesso.
Con la sua scomparsa si chiude un capitolo centrale della storia criminale italiana, intrecciato alle pagine più drammatiche degli anni Novanta, quando la strategia delle bombe portò la mafia siciliana a dichiarare guerra allo Stato.
Il vertice catanese e la stagione delle bombe
Santapaola è stato per decenni il capo indiscusso del clan catanese di Cosa Nostra, punto di equilibrio e di potere in una stagione segnata da alleanze, faide e strategie eversive. Secondo le sentenze definitive, fu tra i mandanti di omicidi e stragi che segnarono in modo indelebile la Repubblica.
Tra queste, l’attentato di Capaci del 23 maggio 1992, in cui persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Una strage che segnò uno spartiacque nella lotta alla mafia, accelerando la reazione dello Stato e aprendo una stagione di arresti e collaborazioni con la giustizia.
Per la magistratura, Santapaola non fu un comprimario, ma uno dei registi di quella strategia del terrore che mirava a piegare le istituzioni attraverso il sangue.
La latitanza e l’arresto
Dopo anni di latitanza, fu arrestato nel 1993, al termine di una lunga caccia all’uomo che lo aveva visto muoversi tra protezioni eccellenti e una rete di complicità ramificata. Da allora non è più tornato libero. Condannato a più ergastoli, ha trascorso oltre trent’anni dietro le sbarre, sottoposto al regime speciale previsto per i capi mafiosi.
Il 41 bis, applicato nei suoi confronti fino all’ultimo, è stato uno degli strumenti cardine della risposta dello Stato alle organizzazioni criminali: isolamento, controlli rigorosi, limitazioni severe ai contatti. Un regime pensato per spezzare la catena di comando e impedire che gli ordini partissero dalle celle.
Un simbolo che se ne va, la memoria che resta
La morte di Santapaola non cancella le responsabilità accertate nelle aule di giustizia, né attenua il peso delle ferite aperte da quella stagione. Resta il carico di dolore delle vittime, la memoria delle stragi, la lunga scia di sangue che ha attraversato l’Italia nei primi anni Novanta.
Con la scomparsa di uno dei protagonisti di quell’epoca si chiude un capitolo giudiziario, ma non la necessità di custodire la memoria. Capaci e via D’Amelio non appartengono solo alla cronaca nera: sono parte della coscienza civile del Paese.
La fine biologica di un boss non equivale alla fine del fenomeno mafioso. Ma segna, ancora una volta, la distanza tra chi ha scelto la violenza come strumento di potere e uno Stato che, tra errori e fatiche, ha saputo reagire e colpire al cuore le organizzazioni criminali.
