25 Settembre 2026, venerdì
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Dazi, Pechino sfida Washington: “Revocateli subito”. La Corte Suprema smonta l’architrave del protezionismo trumpiano

La sentenza che boccia gran parte delle tariffe imposte dall’amministrazione Trump riapre il fronte commerciale tra le due superpotenze. La Cina chiede la cancellazione immediata delle misure unilaterali, mentre negli Usa si studiano nuove contromosse. Sul tavolo un possibile 15% globale per 150 giorni.

La guerra dei dazi entra in una nuova fase, più giuridica che doganale, ma non meno esplosiva. Dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegali gran parte delle tariffe introdotte dall’amministrazione di Donald Trump, la Cina passa all’attacco politico: Washington revochi “immediatamente” le misure unilaterali imposte ai partner commerciali.

Per Pechino, la decisione dei giudici americani rappresenta molto più di una questione procedurale. È la certificazione dell’illegittimità di una linea commerciale che la leadership cinese ha contestato sin dall’inizio, denunciandone l’arbitrarietà e l’effetto destabilizzante sugli scambi globali.

La mossa di Pechino: “Valutazione completa”

Il ministero del Commercio cinese ha annunciato di aver avviato una “valutazione completa” dell’impatto della sentenza e delle sue possibili implicazioni. Una formula che, nel linguaggio diplomatico di Pechino, significa due cose: studio approfondito delle ricadute pratiche e preparazione di eventuali contromisure.

In una nota ufficiale, il dicastero ha ribadito la contrarietà a “ogni forma di aumento unilaterale dei dazi”, sollecitando gli Stati Uniti a cancellare le misure tariffarie ancora in vigore nei confronti dei partner commerciali. “Monitoreremo attentamente le ultime azioni tariffarie di Washington e tuteleremo fermamente i nostri diritti e interessi legittimi”, si legge nel comunicato. E ancora: “Non ci sono vincitori in una guerra commerciale e il protezionismo non offre alcuna via d’uscita”.

Una posizione che riprende una linea narrativa consolidata: Pechino si presenta come difensore del multilateralismo e del commercio aperto, contrapponendosi a quella che definisce la stagione del protezionismo americano.

Il nodo del 15% globale

La partita, tuttavia, è tutt’altro che chiusa. Restano infatti sul tavolo nuovi dazi globali del 15%, destinati – secondo le ipotesi allo studio – a entrare in vigore per 150 giorni, con alcune esenzioni settoriali. Una misura che, pur distinta dalle tariffe bocciate dalla Corte, rischia di alimentare nuove tensioni.

Negli Stati Uniti si lavora già alle possibili contromisure per preservare l’impianto dell’aumento dei dazi sui partner commerciali, aggirando o reinterpretando i limiti fissati dalla sentenza. È uno scontro che si gioca su più piani: economico, politico e giuridico.

Una sentenza che pesa oltre i confini

Il pronunciamento della Corte Suprema non ha solo un valore interno. Incide sugli equilibri del commercio internazionale e riapre il dibattito sul rapporto tra potere esecutivo e vincoli legali in materia di politica commerciale.

Durante la presidenza Trump, le tariffe erano state utilizzate come strumento di pressione sistemica: contro la Cina per il riequilibrio della bilancia commerciale e la tutela della proprietà intellettuale, ma anche contro alleati storici, in nome della sicurezza nazionale o della difesa dell’industria americana.

Ora, la bocciatura giudiziaria di “gran parte” di quell’impianto costringe Washington a ripensare strumenti e strategie. E offre a Pechino un argomento politico potente: la linea americana, sostiene la leadership cinese, era non solo dannosa ma anche giuridicamente fragile.

Il rischio di una tregua apparente

Dietro le dichiarazioni ufficiali si muove una realtà più complessa. Le catene globali del valore restano interconnesse, le imprese chiedono stabilità normativa e i mercati temono nuove ondate di incertezza. Una revoca totale e immediata dei dazi appare improbabile nel breve periodo, così come una rinuncia statunitense a utilizzare la leva tariffaria come strumento di pressione.

La Cina, da parte sua, osserva “con molta attenzione” le prossime mosse di Washington, pronta a difendere con determinazione i propri interessi economici. La guerra commerciale non è finita: cambia forma, si sposta nei tribunali e nei tavoli negoziali, ma continua a segnare l’asse portante delle relazioni tra le due superpotenze.

E mentre Pechino richiama il principio secondo cui “non ci sono vincitori”, la realtà suggerisce che, almeno per ora, non ci sono nemmeno vinti definitivi: solo un equilibrio instabile, sospeso tra diritto, politica e mercato.

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