A cura di Gilberto Borzini
Più volte nei miei saggi ho ripreso quel concetto di “Società Ludica” che estende e rinnova gli elementi sostanziali della Modernità Liquida descritta da Zygmunt Bauman. Ora dal nucleo concettuale di Società si può immaginare la nascita della nuova Civiltà Ludica.
Nei recenti interventi apparsi in rete ho sottolineato le ripetute indicazioni presenti nella psicoanalisi freudiana riguardanti la repressione del Principio di Piacere perpetrata dalla nostra Civiltà a vantaggio, prima, del Principio di Realtà e, quindi, del Principio di Prestazione. Tra gli elementi fondativi della dinamica descritta da Freud si trova il concetto di penuria, di scarsità: un concetto essenziale per comprendere la necessità umana di concentrare sforzi, iniziative e attività sulla creazione di risorse e di benessere, distraendo energie dal gioco, dal piacere e da una forma di creatività non idonea ad affermare prodotti economicamente utili a superare, appunto, la penuria, in particolare quella alimentare, caratteristica del nostro passato. Fu però all’inizio della prima Rivoluzione Industriale che illustri filosofi — mi riferisco a Hegel e Schiller — avviarono ragionamenti e riflessioni che oggi sembrano avvalorare le valutazioni che esprimo in materia di Società ludica: una società che libera il Principio di Piacere e ne fa strumento per la costruzione di un nuovo modello culturale basato sull’evoluzione del gioco: da gioco a creatività, da creatività a intrattenimento e arte.
È lecito, infatti, domandarsi se oggi, nell’opulenta società della produzione e del feticismo delle merci, nella dimensione della diminuzione del lavoro, dell’affidamento alla robotica dei compiti manuali più pesanti, del supporto di chatbot e intelligenza artificiale all’operatività dei servizi, in un contesto generale di turistificazione planetaria e di “instagrammazione” delle identità personali, quel principio fondativo di penuria abbia ancora senso e, se così non fosse, se il Principio di Piacere non si stia affermando come dinamica trainante di una nuova società ludica, anticipatrice di una nuova Civiltà.
La questione estetica in filosofia
«Sensazione, gioia e piacere sono sanzionati e santificati in modo che natura e libertà, sensorietà e ragione trovino nella loro unità il loro diritto e la loro soddisfazione»: così scriveva Georg Friedrich Hegel in una sua opera sull’Estetica. L’auspicio hegeliano è che quella che in Freud sarà indicata come contrapposizione strutturale trovi, invece, una forma partecipata e unitaria.
A commento di quella frase Herbert Marcuse scrive: «La forma estetica è forma sensuale. Se la perfezione della cognizione sensoriale è definita come bellezza… il piacere estetico è sempre ancora piacere».
Marcuse, in Al di là del principio di realtà, definisce la creatività adulta come evoluzione del gioco infantile e l’arte come espressione ultima della creatività, in grado di porsi quale spazio di collegamento tra i principi contrapposti di Piacere e di Realtà.
Nello stesso testo troviamo riferimenti alla filosofia di Schiller contenuti nelle Lettere sull’educazione estetica dell’uomo. Il tentativo di Schiller di dissolvere la sublimazione estetica prende le mosse dalle posizioni di Kant: la funzione estetica può avere un ruolo determinante nel dare alla civiltà una nuova forma, perché l’immaginazione è una facoltà centrale della mente e perché la bellezza è una condizione necessaria all’umanità.
Scrive Schiller: «Il godimento è separato dal lavoro, i mezzi dal fine, lo sforzo dalla ricompensa. Eternamente incatenato soltanto a un piccolo frammento del tutto, l’uomo non sviluppa mai l’armonia del suo essere e, invece di dare forma all’umanità che sta nella sua natura, diventa un puro e semplice calco della sua occupazione, della sua scienza».
L’atto d’accusa di Schiller nei confronti della segmentazione del lavoro e dell’alienazione lavorativa che ne deriva è manifesto ed evidente; il filosofo propone così l’impulso del gioco come mediatore della conflittualità implicita nell’organizzazione sociale: il gioco che ha per obiettivo la bellezza e per meta la libertà, in una parola, l’Estetica.
Estetica, arte e libertà
Dovremmo, probabilmente, definire con maggiore precisione cosa si intenda per Estetica e se l’arte, in particolare quella moderna e contemporanea, la rappresenti o meno. Per molti arte e armonia formale coincidono; per altri l’arte è libera rappresentazione in capo all’artista, e da qui discende gran parte dell’arte contemporanea, sempre meno riproducente la natura e sempre più materica e intrinsecamente simbolica. Maggiori certezze emergono nel riconoscere un rapporto parallelo tra arte e libertà: l’artista, per disporre pienamente della propria creatività, deve percepirsi come libero o, come spesso accade, dotarsi di strumenti che lo rendano almeno temporaneamente libero da schemi introiettati, pregiudizi e formalismi che, in uno stato di libertà autentica, non gli apparterrebbero.
Ma soprattutto, all’interno della valutazione complessiva relativa all’orientamento e alla possibile trasformazione della Civiltà, preme interrogarsi se il lavoro — fino ad oggi ancorato al Principio di Realtà — non si stia trasformando in forma di creatività ancorata al Principio di Piacere.
Il tempo reso libero dalle nuove dinamiche occupazionali e la disponibilità di strumenti di supporto alla produzione, anche creativa, di servizi orientano l’attività a favore di principi ludici?
I nuovi lavori avviati nell’era dei social network, dei dispositivi elettronici, della rete internet, dell’intelligenza artificiale e di ChatGPT, l’allungamento dell’aspettativa di vita, l’estensione del tempo disponibile, l’integrazione tra uomo e strumenti partecipano ancora delle costrizioni del passato o sono immersi in quella nuova società ludica da cui, giocoforza, emanerà la Civiltà ludica?
Le conseguenze della società ludica
Per chi scrive, la risposta alla domanda precedente è affermativa: quella che stiamo vivendo è l’alba di una nuova Civiltà, palesemente oppositiva — in termini relazionali, filosofici e psichici — alle dinamiche strutturali dei secoli trascorsi.
Nell’idea di Schiller di uno Stato estetico, la visione di una cultura non repressiva si concretizza in una civiltà matura; non diversamente — ma con esiti opposti — rispetto a quanto indicato da Freud, secondo cui i processi che creano Io e Super-io danno luogo e forma alle istituzioni sociali. L’insorgere, però, di un Principio di Realtà non repressivo che includa la liberazione degli istinti può costituire una forma di regressione rispetto al livello di razionalità civile raggiunto, configurando una regressione tanto psichica quanto sociale. Una società che consenta la libera espressione istintuale attenua l’incanalamento della sessualità nella genitalità monogamica ed elimina i precedenti tabù rispetto a ciò che chiamiamo perversioni.
Se poi il tempo lavorativo e le energie a esso attribuite vengono ridotti al minimo senza una corrispondente strutturazione del tempo libero, il fondamento motivazionale delle costrizioni si esaurisce e la libido esonda oltre i limiti entro cui la mantiene il principio di realtà. I segnali di questo mutamento sono già ampiamente visibili: a un’esplosione di sessualità esposta e accessibile, non solo in rete, corrisponde una canalizzazione delle energie in forme diverse di occupazione del tempo libero, dalla ludopatia all’intrattenimento offerto dalle pay TV, fino al turismo di massa. Parallelamente, osserviamo diminuire in ampi strati di popolazione la capacità analitico-critica e quella mnemonica, forma manifesta della paventata regressione psichica e sociale.
La sostituzione della cultura repressiva con quella libertaria produce un trasferimento della repressione dall’area psichica tradizionale — in cui religione, senso di colpa e stigmatizzazione pubblica l’avevano relegata e interiorizzata — a quella sociale: l’individuo si percepisce illimitatamente libero e lo è nei termini del gioco-piacere; ma le sue libertà di espressione, di valutazione e di critica vengono severamente regolamentate e talvolta punite dall’apparato pubblico, che non può permettersi la propria dissoluzione e fatica, manifestamente, a individuare nuove modalità organizzative di sistema.
La destrutturazione della Civiltà affermata dal Principio di Piacere determina, come conseguenza, l’irrigidimento reattivo della Civiltà soccombente.
