3 Ottobre 2026, sabato
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Tajani: “Italia al Board of Peace come osservatore”. Scontro politico sull’invito di Donald Trump

Il governo accetta l’invito dell’amministrazione americana alla prima riunione del Board of Peace, organismo promosso da Trump. Il ministro degli Esteri richiama l’articolo 11 della Costituzione. Opposizioni all’attacco: “Scelta subalterna e ambigua”.

L’Italia ci sarà, ma “come osservatore”. È questa la linea scelta dal governo sull’invito dell’amministrazione statunitense a partecipare alla prima riunione del cosiddetto Board of Peace, organismo promosso su impulso dell’ex presidente americano Donald Trump per discutere, nelle intenzioni dichiarate, di pace e stabilizzazione nel Mediterraneo e in Medio Oriente.

A confermarlo è il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, che difende la decisione con un argomento di principio: “L’assenza dell’Italia a un tavolo in cui si discute di pace nel Mediterraneo sarebbe non solo politicamente incomprensibile, ma anche contraria alla lettera e allo spirito dell’articolo 11 della nostra Costituzione”.

Il richiamo all’articolo 11

Il riferimento è al passaggio in cui la Carta “ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Per Tajani, proprio quel principio impone all’Italia di essere presente nei consessi in cui si discute di cessazione dei conflitti e di ricostruzione post-bellica.

“La partecipazione come Paese osservatore – spiega il ministro – è una soluzione equilibrata e rispettosa dei nostri vincoli costituzionali”. Non un’adesione piena, dunque, ma una presenza senza diritto deliberativo, che nelle intenzioni dell’esecutivo dovrebbe consentire di monitorare i lavori senza assumere impegni politici o finanziari diretti.

Una formula che punta a tenere insieme due esigenze: non sfilarsi da un tavolo internazionale promosso da Washington e, al contempo, non legarsi formalmente a un organismo di natura ancora controversa e dai contorni istituzionali non del tutto definiti.

Le critiche del Partito Democratico

Ma la scelta ha innescato una polemica immediata. Peppe Provenzano, responsabile Esteri del Partito Democratico, parla di “ennesima figuraccia” del governo. Secondo l’esponente dem, Tajani avrebbe chiamato in causa la Commissione europea per giustificare la presenza italiana, salvo poi essere smentito da Bruxelles, che avrebbe chiarito di non partecipare come osservatore e di non aderire al Board.

Per l’opposizione, la decisione di Palazzo Chigi sarebbe il segno di una postura “subalterna” nei confronti della Casa Bianca, più attenta a non irritare l’inquilino dello Studio Ovale che a mantenere una linea coerente con la tradizione multilaterale italiana e con il ruolo delle Nazioni Unite.

L’affondo del Movimento 5 Stelle

Ancora più duro l’intervento di Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, che in un post sui social accusa il governo di voler “spartire i profitti della ricostruzione di Gaza” e di ridurre l’Italia a “complice silenziosa” pur di compiacere Trump.

Appendino contesta la natura stessa del Board, definendolo una “struttura privata” nelle mani dell’ex presidente americano e giudicando ambigua la formula dell’osservatore, che – a suo dire – non sarebbe neppure prevista formalmente nello statuto dell’organismo. Da qui l’accusa di aggirare lo spirito dell’articolo 11 e di trasformare una questione di politica estera in un’operazione “affarista”.

Parole che alzano ulteriormente il livello dello scontro e portano il dibattito sul terreno più sensibile: la ricostruzione di Gaza e il ruolo che le potenze occidentali intendono giocare in quella fase.

Tra diplomazia e politica interna

Al di là delle polemiche, la scelta del governo si colloca in un contesto internazionale delicatissimo. Il Mediterraneo allargato e il Medio Oriente restano epicentri di instabilità, e ogni iniziativa che si proponga come piattaforma di dialogo – a prescindere dalla sua matrice politica – diventa terreno di confronto tra visioni diverse della politica estera italiana.

Per l’esecutivo, essere presenti significa non rinunciare a incidere. Per le opposizioni, partecipare – anche solo come osservatori – equivale a legittimare un’iniziativa percepita come politicamente orientata e non incardinata nei tradizionali canali multilaterali.

Il risultato è uno scontro che va oltre il merito tecnico della partecipazione e investe la collocazione internazionale del Paese: atlantismo pragmatico, secondo la maggioranza; fedeltà al multilateralismo e al perimetro Onu, secondo le opposizioni.

Il Board of Peace deve ancora tenere la sua prima riunione. Ma in Italia, la partita politica è già cominciata.

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