Addis Abeba – Non un piano calato dall’alto, ma una strategia condivisa. Non una risposta emergenziale ai flussi migratori, ma un progetto strutturale che affonda le radici nello sviluppo. Davanti ai capi di Stato e di governo riuniti nella capitale etiope per l’Assemblea dell’Unione africana, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha tracciato con nettezza la linea italiana sul continente africano: «Garantire la libertà di non migrare».
È questa, nelle parole della premier, la priorità politica e morale. «Vogliamo assicurare a donne e uomini di questo continente una libertà troppo spesso negata: scegliere di restare nella propria terra per contribuire alla sua crescita, senza essere costretti a partire, magari pagando trafficanti per attraversare il Mediterraneo». Una dichiarazione che rovescia l’approccio tradizionale al tema migratorio: non la gestione degli arrivi come unico orizzonte, ma la creazione delle condizioni perché la partenza non sia una necessità.
Per rafforzare il messaggio, Meloni ha evocato le parole del cardinale guineano Robert Sarah: «Chi crede che la migrazione sia necessaria e indispensabile agisce in modo egoista». Una citazione che la premier ha definito non politica, ma culturale e identitaria: «Se i giovani lasciano la loro terra inseguendo una promessa di vita migliore, cosa resta della storia e della cultura del Paese che abbandonano?».
Il Piano Mattei come piattaforma condivisa
Il cuore dell’intervento è stato il rilancio del Piano Mattei, definito non come «un piano italiano per l’Africa», ma come «il contributo dell’Italia alla vostra agenda». Un chiarimento politico non secondario, pensato per fugare il sospetto di una strategia unilaterale.
Il riferimento è all’Agenda 2063 dell’Unione africana, il grande quadro strategico con cui il continente immagina il proprio sviluppo nei prossimi decenni. In questo contesto, il Piano Mattei si propone come piattaforma aperta, capace di mettere a disposizione know-how industriale, tecnologie e investimenti italiani. Particolare attenzione, per il 2026, sarà riservata ai progetti legati all’acqua, risorsa chiave in un continente dove i cambiamenti climatici stanno aggravando fragilità già profonde.
Meloni ha insistito su un concetto: partnership paritaria. L’Italia, ha detto, intende offrire «la solidità delle proprie istituzioni, la tradizione di dialogo e la competenza delle sue imprese» per costruire un ponte stabile tra Europa e Africa.
Un destino intrecciato
«Il futuro dell’Italia e dell’Europa dipende anche dal vostro». Con questa formula la premier ha sintetizzato una visione geopolitica che supera l’approccio emergenziale. L’Africa non è più soltanto frontiera meridionale dell’Europa, ma snodo decisivo per la sicurezza energetica, la stabilità demografica, la crescita economica e l’equilibrio politico del Mediterraneo allargato.
In questa prospettiva, Roma ambisce a giocare un ruolo di cerniera tra Bruxelles e Addis Abeba, proponendosi come interlocutore privilegiato e affidabile.
Il nodo del debito: conversione in investimenti
Tra i passaggi più rilevanti dell’intervento c’è quello dedicato al debito africano, indicato come «cruciale per costruire un’Africa veramente libera e capace di determinare il proprio destino».
L’Italia ha annunciato un ampio programma di conversione del debito dei Paesi africani, che prevede la trasformazione integrale delle esposizioni dei Paesi più fragili in investimenti per lo sviluppo. Non solo: rafforzamento del contributo ai fondi Ida della Banca Mondiale e introduzione di clausole di sospensione del debito nei prestiti bilaterali, per consentire agli Stati colpiti da eventi climatici estremi di liberare risorse fiscali da destinare alle emergenze e alla ricostruzione.
Una scelta che la premier ha definito «fondata sulla giustizia e sulla responsabilità», con l’obiettivo di liberare risorse vitali per pace e prosperità, soprattutto nelle aree più instabili del continente, come il Sudan e la parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, oggi segnate da conflitti e crisi umanitarie.
Oltre l’emergenza
Nel discorso di Addis Abeba si intravede una strategia di lungo periodo che punta a legare sicurezza, sviluppo e cooperazione economica. La «libertà di non migrare» diventa così il paradigma di un nuovo rapporto tra le due sponde del Mediterraneo: meno assistenzialismo, più investimenti; meno gestione dell’urgenza, più costruzione di opportunità.
Resta ora la prova dei fatti: trasformare annunci e piattaforme in cantieri aperti, progetti finanziati, infrastrutture realizzate. Perché, come la stessa Meloni ha lasciato intendere, il destino dell’Europa si gioca anche – e sempre più – a sud del Mediterraneo.
