14 Ottobre 2026, mercoledì
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Bari, la sentenza su CasaPound riaccende il fronte politico: Forza Italia tra garantismo e sgomberi

Dopo le condanne per la riorganizzazione del partito fascista, il portavoce azzurro Raffaele Nevi distingue tra responsabilità individuali e destino dell’organizzazione. Ma nel centrodestra si riapre una questione che tocca storia, alleanze e coerenza costituzionale.

La sentenza del Tribunale di Bari segna un passaggio giuridico destinato a far discutere a lungo: per la prima volta in Italia arrivano condanne per riorganizzazione del partito fascista. Un verdetto che non resta confinato nelle aule giudiziarie, ma investe in pieno il terreno politico, obbligando partiti e leader a prendere posizione su un tema che intreccia memoria storica, legalità costituzionale e rapporti di coalizione.

A intervenire, all’indomani della pronuncia, è stato il portavoce nazionale di Forza Italia, Raffaele Nevi, che ha tracciato una linea netta tra responsabilità penali individuali e sorte dell’organizzazione CasaPound. «Sciogliere CasaPound non compete al governo, ma alla magistratura. Il governo si deve muovere sulla base di una sentenza. E quella di ieri condanna i militanti, non l’organizzazione», ha dichiarato. Una posizione che rivendica il principio del garantismo anche nei confronti di un movimento da anni al centro di polemiche e attenzioni giudiziarie.

Nevi ha aggiunto che solo una eventuale sentenza definitiva che accerti la ricostituzione del partito fascista da parte dell’organizzazione in quanto tale potrebbe giustificarne lo scioglimento. Fino ad allora, sostiene Forza Italia, l’esecutivo non avrebbe titolo per intervenire con misure drastiche.

Diverso, invece, il piano amministrativo. «Altro discorso sono le occupazioni abusive, siamo sempre d’accordo per lo sgombero che vale per tutti», ha precisato Nevi, rispondendo a chi chiedeva se la sede romana di CasaPound dovesse essere liberata. Una distinzione che separa il giudizio politico-penale da quello legato al rispetto delle norme sugli immobili, e che ribadisce come eventuali provvedimenti strutturali debbano poggiare su basi giuridiche solide.

La sentenza

Il processo nasce dai fatti del 21 settembre 2018, quando alcuni militanti aggredirono manifestanti di ritorno dal corteo “Bari non si lega”. Il Tribunale di Bari ha condannato dodici imputati: cinque a un anno e sei mesi per violazioni della legge Scelba, sette a due anni e sei mesi anche per lesioni personali. Cinque le assoluzioni. Il procuratore Roberto Rossi aveva chiesto pene più severe, fino a due anni con interdizione dai diritti politici.

Il cuore della decisione è proprio il richiamo alla legge Scelba, che attua la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, vietando la riorganizzazione del partito fascista sotto qualsiasi forma. È un punto che, inevitabilmente, trascina il dibattito oltre il singolo episodio di violenza e chiama in causa il perimetro stesso della democrazia costituzionale.

Le ombre nella coalizione

Le parole pronunciate nelle scorse settimane dal ministro degli Esteri e leader azzurro Antonio Tajani — che aveva ribadito l’incompatibilità del fascismo con i valori repubblicani — hanno fatto tremare più di un ginocchio nel centrodestra. Perché se CasaPound fosse qualificata in via definitiva come organizzazione non conforme alla Costituzione, il tema non si esaurirebbe in un singolo simbolo o in una sede da sgomberare.

Nel campo conservatore italiano operano infatti forze che, per storia, simbologia o riferimenti ideologici, sono state più volte accusate dagli avversari di ambiguità rispetto al passato fascista. Il partito della premier Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia, affonda le proprie radici nel Movimento Sociale Italiano; la Lega di Matteo Salvini ha attraversato stagioni di alleanze e retoriche sovraniste che hanno intercettato quell’elettorato. Sono dinamiche politiche complesse, che negli anni hanno ricevuto legittimazione e spazio anche grazie alle scelte strategiche del fondatore di Forza Italia, Silvio Berlusconi, che nel 1994 decise di costruire il centrodestra includendo sia la Lega sia Alleanza Nazionale.

È qui che la questione si fa più delicata. Se il criterio per valutare la compatibilità costituzionale di un’organizzazione politica diventa quello della simbologia, dei riferimenti ideologici o delle pratiche militanti, il confine tra responsabilità penale individuale e giudizio politico complessivo rischia di diventare terreno scivoloso. E la linea del garantismo invocata oggi per CasaPound potrebbe essere chiamata a valere, per coerenza, in ogni altra situazione analoga.

Tra diritto e politica

Il caso di Bari riapre dunque una domanda che l’Italia non ha mai smesso davvero di porsi: fino a che punto la memoria del fascismo è solo materia storica e quando, invece, diventa questione giuridica attuale? La magistratura ha compiuto un passo significativo riconoscendo la riorganizzazione del partito fascista in un contesto specifico. La politica, dal canto suo, è chiamata a muoversi con prudenza, evitando scorciatoie propagandistiche ma anche ambiguità.

Forza Italia rivendica oggi il primato delle sentenze definitive e la separazione dei piani. Ma la sentenza di Bari non è soltanto un capitolo giudiziario: è un test di coerenza per un’intera coalizione di governo, chiamata a misurarsi con la propria storia e con i limiti tracciati dalla Costituzione. In gioco non c’è solo il destino di CasaPound, ma il rapporto tra destra italiana e la sua eredità più controversa.

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