La miccia si accende a poche settimane dal voto referendario sulla riforma della giustizia. A innescarla è Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Napoli, magistrato simbolo della lotta alla ’ndrangheta, che in un’intervista al Corriere della Calabria sceglie parole nette, senza sfumature:
“Voteranno per il ‘No’ le persone perbene, quelle che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno per il ‘Sì’ gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”.
Una frase che spacca il dibattito pubblico. E che, nel giro di poche ore, provoca la reazione compatta dei partiti di maggioranza – schierati per il “Sì” – i quali parlano di parole “indegne”, “oltraggiose”, “un attacco alla democrazia”.
L’ira della maggioranza
Il presidente del Senato Ignazio La Russa si dice “basito”: “Ho sempre auspicato un confronto civile. Un’affermazione del genere, oltre a essere priva di verità, offende milioni di cittadini”.
Il vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani affida ai social la sua replica: “Sono una persona perbene, non sono massone, non sono indagato e voterò convintamente sì. Le parole di Gratteri sono un attacco alla libertà e alla democrazia”.
Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, parla di “assurda criminalizzazione”, mentre il senatore Salvo Sallemi invita il procuratore a “chiedere scusa per le sue vergognose accuse”.
Il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto usa toni altrettanto duri: “Dividere gli italiani tra persone perbene e presunti delinquenti sulla base del voto è un atto di delegittimazione grave e inaccettabile. Nessuno può arrogarsi il diritto di stabilire chi sia ‘perbene’ in cabina elettorale”.
Il Comitato nazionale per il “Sì” chiede scuse immediate, respingendo quella che definisce “una presunzione di superiorità morale insopportabile”.
Le parole di un magistrato in prima linea
Eppure, ridurre l’intervento di Gratteri a una provocazione sarebbe fuorviante. Il procuratore di Napoli non è un “quaquaraquà” in cerca di ribalta mediatica. La sua storia professionale – dalle indagini contro i clan calabresi fino ai maxi-processi contro la ’ndrangheta – racconta di un magistrato che ha costruito la propria autorevolezza sul campo, vivendo da decenni sotto scorta e pagando un prezzo personale elevatissimo alla sua esposizione.
Quando parla di “massoneria deviata” e di “centri di potere”, lo fa dentro una cornice investigativa che conosce per esperienza diretta: quella delle zone grigie dove criminalità organizzata, affari e pezzi infedeli delle istituzioni si intrecciano. È in quel contesto che va collocata la sua affermazione, al netto della durezza lessicale.
Il punto politico, tuttavia, resta: può un magistrato esprimersi in modo così tranchant su un referendum? È qui che si gioca lo scontro vero, ben oltre la singola frase.
Lo scontro sul terreno politico
L’opposizione difende il procuratore, sostenendo che il cuore del problema non siano i toni ma il merito della riforma. Alcuni esponenti ricordano come la storia recente abbia visto tra le fila della maggioranza figure condannate in via definitiva o coinvolte in inchieste giudiziarie, e accusano l’esecutivo di usare l’indignazione come arma politica per evitare un confronto sostanziale sul contenuto dei quesiti.
C’è chi, tra le forze contrarie al “Sì”, rovescia l’argomento: “Semmai dovrebbe essere il governo a chiedere scusa al Paese – sostengono – perché sostiene una riforma che rischia di indebolire l’efficacia dell’azione penale, mentre nelle sue fila non mancano ombre e contraddizioni”.
È un’accusa che la maggioranza respinge con forza, ma che testimonia come la campagna referendaria stia scivolando su un terreno sempre più identitario e meno tecnico-giuridico.
Referendum trasformato in resa dei conti
Il risultato è un clima incandescente, in cui la consultazione popolare sulla giustizia – nata per intervenire su nodi delicati dell’ordinamento – si trasforma in un giudizio complessivo sul rapporto tra politica e magistratura.
Le parole di Gratteri hanno avuto l’effetto di polarizzare ulteriormente il confronto. Da un lato, chi le considera un’ingerenza impropria e una delegittimazione degli elettori del “Sì”. Dall’altro, chi vi legge l’allarme di un magistrato che conosce le fragilità strutturali del sistema e teme passi indietro nella lotta ai poteri criminali.
In mezzo, milioni di cittadini chiamati alle urne.
E una domanda che resta sospesa: il referendum sarà un voto tecnico su norme e procedure, o diventerà l’ennesimo capitolo dello storico braccio di ferro tra politica e giustizia?
