La protesta contro le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, sfociata sabato 7 febbraio in scontri e atti di sabotaggio nel capoluogo lombardo, si trasforma rapidamente in un caso politico nazionale. Non tanto – o non solo – per i fatti in sé, quanto per la reazione compatta e durissima dei vertici istituzionali, che scelgono una linea comunicativa improntata allo scontro frontale e a una narrazione emergenziale.
A dettare il tono è la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che affida ai social un messaggio destinato a fare rumore: chi manifesta contro le Olimpiadi viene definito senza mezzi termini “nemico dell’Italia e degli italiani”. Parole che arrivano all’indomani degli scontri avvenuti durante il corteo e dopo il danneggiamento dei cavi ferroviari, azione che ha provocato disagi alla circolazione dei treni.
“Migliaia e migliaia di italiani stanno lavorando perché tutto funzioni – scrive Meloni – molti come volontari, per permettere alla Nazione di fare bella figura davanti al mondo”. A questa immagine di un Paese laborioso e unito, la premier contrappone quella di “bande di delinquenti” che, a suo dire, mirano a vanificare il lavoro altrui e a esportare all’estero un’immagine negativa dell’Italia. Il messaggio è chiaro: non una protesta sociale o ambientale, ma un attacco deliberato alla Nazione.
Sulla stessa linea il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, che condanna “senza se e senza ma” le violenze e rivolge solidarietà alle forze dell’ordine impegnate nel contenimento degli scontri. “Immagini che nessuno vorrebbe vedere – scrive – gesti assurdi, tanto più se rivolti contro un evento come le Olimpiadi”. Anche qui, il frame è netto: l’evento olimpico come patrimonio collettivo, la contestazione come deviazione inaccettabile.
Ancora più articolato, e fortemente polemico, l’intervento del ministro della Difesa Guido Crosetto, che su X utilizza un registro sarcastico per denunciare quello che definisce un paradosso dello Stato. Nel suo lungo post, Crosetto ironizza sulla definizione di “non pericolosi” attribuita ai manifestanti violenti, evocando episodi precedenti – come i disordini di Torino – e sollevando un tema che va oltre Milano: il rischio che chi aggredisce le forze dell’ordine torni rapidamente in libertà, pronto a ripetere le stesse azioni.
Il ministro ribalta l’accusa: non è il governo a cercare un pretesto repressivo, sostiene, ma a voler evitare che “i servitori dello Stato” vengano colpiti due volte, prima dai manifestanti e poi da uno Stato che non li tutela a sufficienza. Un intervento che mescola sicurezza, giustizia e critica implicita alla magistratura, inserendo gli scontri olimpici in una cornice politica più ampia.
A completare il coro istituzionale interviene il presidente del Senato, Ignazio La Russa, che parla apertamente di tentativo di “screditare la Nazione”. Mentre il mondo – ricorda – rende omaggio all’Italia per la cerimonia inaugurale dei Giochi, “delinquenti e violenti” cercano di sabotare infrastrutture e creare caos. Anche La Russa rivolge ringraziamenti a volontari, organizzatori e forze dell’ordine, rafforzando l’immagine di un fronte compatto delle istituzioni.
Nel racconto del governo, dunque, la protesta contro le Olimpiadi perde qualsiasi legittimità politica e assume i contorni di un’azione ostile, quasi eversiva. Una narrazione che punta a isolare i manifestanti, ma che al tempo stesso alimenta un clima di contrapposizione frontale, trasformando gli scontri di piazza in un banco di prova simbolico: non solo sull’ordine pubblico, ma sul modo in cui l’esecutivo interpreta e gestisce il dissenso.
Il rischio, per molti osservatori, è che la retorica dell’assedio e del “nemico interno” finisca per sovrapporsi al merito delle contestazioni – ambientali, sociali e territoriali – che da anni accompagnano i grandi eventi. In un Paese già polarizzato, anche le Olimpiadi diventano così terreno di scontro identitario, ben oltre lo sport.
