2 Ottobre 2026, venerdì
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Libertà, consumo ed emancipazione: il grande equivoco moderno

Dalla “libertà obbligatoria” di Gaber alla psicologia freudiana, passando per l’economia politica: come l’emancipazione si è trasformata in una sofisticata forma di adattamento al consumo.

LA RIFLESSIONE

A cura di Gilberto Borzini

«Si può fare i giovani a sessant’anni, si può regalare i blue jeans ai nonni, si può…».
Già negli anni Settanta Giorgio Gaber cantava di Libertà obbligatoria, indicando nelle mode e nelle loro evoluzioni non la libertà intesa da Fromm, bensì una condizione di consumo agevolata — se non imposta — dal modello economico dominante.

Si trattava, allora come oggi, di una liberalizzazione e popolarizzazione dei consumi funzionale a sostenere le produzioni. La creazione di una classe media conferiva a quella stessa classe la possibilità di esprimere il proprio status attraverso il consumo, una modalità che nel tempo si è evoluta fino a far coincidere l’individuo con il consumo esibito e manifestato.
Libertà, forse, è altro.

Negli anni della nostra gioventù, tanto per dire, andavamo in moto senza casco, in auto senza cinture di sicurezza; i bambini giocavano sul sedile posteriore delle berline, si sciava senza casco e si faceva subacquea caricandosi le bombole sulle spalle e l’erogatore in bocca. Bevevamo dalla canna dell’acqua in giardino, vivevamo in appartamenti dove i genitori fumavano senza problemi e, malgrado tutto questo, siamo sopravvissuti e siamo diventati anziani.

Oggi quei comportamenti sono vietati e sanzionati da regole severe: norme imposte non tanto per la tutela della salute dei cittadini quanto, piuttosto, per la tutela degli interessi economici sociali (sanità) e assicurativi (incidentalità).
A ben guardare, quindi, non si tratta esclusivamente di sicurezza, ma di controllo dei comportamenti a favore dell’economia produttiva.

Si tratta dello stesso schema retorico che, in altri contesti, proclama una Mission — esportare la democrazia — per occultare una Vision ben diversa: il controllo delle risorse energetiche. Il meccanismo è identico.

Libertà o sottile imposizione?

Se sul concetto di libertà c’è molto su cui riflettere, altrettanto si può dire del concetto di emancipazione.
I neri d’America furono liberati ed emancipati (etimologicamente ex manu, sottrarre alla disponibilità altrui) dalla schiavitù per sottrarre manodopera gratuita alle piantagioni del Sud e disporre di forza lavoro a bassissimo costo per le industrie in crescita del Nord degli Stati Uniti, nonché per la costruzione del vasto sistema ferroviario.

Etica e morale furono costruite ex post per giustificare un’operazione di rigida economia politica: il capitale aveva bisogno di salariati numerosi ed economici e li reperì dove erano disponibili in grande quantità.
La libertà era la Mission, la disponibilità di proletariato la Vision.

Poiché l’economia deve costantemente svilupparsi — un’economia stagnante è un’economia destinata a morire — i processi di consumo e le autorizzazioni al consumo vengono progressivamente ampliati.
Quanta parte ha avuto il consumo di moda, accessori e cosmetica da parte dell’area omosessuale, una volta rimossi gli ostacoli morali?
Quanta parte ha e avrà, nella società dell’intrattenimento, l’apertura al mondo LGBTQ+?

E ancora: quanta parte dell’economia viene sostenuta dalla frammentazione della famiglia originaria, dalle micro-abitazioni abitate da single, dall’emancipazione femminile che attribuisce a un numero crescente di donne l’accesso al lavoro e, con esso, una nuova capacità di spesa?

Piccoli aspetti psicologici

Nei tempi in cui ero docente indicavo, tra i riferimenti fondamentali della teoria freudiana — in particolare ne Il disagio della civiltà — gli elementi falsamente libertari e intrinsecamente economici del comportamento umano.

Il Principio di Piacere, centrale nell’inconscio individuale, viene ostacolato dalle regole del vivere civile trasmesse da genitori, scuola e autorità varie. Tali regole, introiettate nel Super-Io, contribuiscono a dirottare l’energia psichica dal piacere immediato verso il Principio di Realtà: rinunciare al piacere istantaneo per ottenere un piacere posticipato ma socialmente riconosciuto.

Il Principio di Realtà, associato al senso di colpa — prodotto da sistemi etici, morali o religiosi — sostiene il Principio di Performance: la valutazione sociale positiva legata alla capacità di rinuncia e di conformità.
La canalizzazione delle risorse psicologiche e fisiche dal piacere alla realtà costituisce la base dell’attività lavorativa, che svolge una funzione sia economica (produzione) sia sociale (riconoscimento).

Max Weber, ne L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, descrisse magistralmente il rapporto tra modello economico e schema morale, attribuendo al puritanesimo protestante un ruolo decisivo nel convogliare verso fini produttivi l’energia altrimenti dedicata al piacere.
Non è un caso che i periodi di massimo sviluppo industriale siano caratterizzati da standard elevati di performance e controllo sociale — si pensi oggi alla Cina e al sistema di Credito Sociale — mentre nelle economie stagnanti si allargano le maglie del consumo, trasformando anche il piacere in attività economicamente redditizie, come avviene nell’industria del gioco o della pornografia.

Quale emancipazione?

Alla luce di queste considerazioni, vale la pena chiedersi cosa sia davvero l’emancipazione.
Emanciparsi dovrebbe significare liberarsi da una costrizione. Ma è sufficiente una nuova indipendenza economica per potersi dire emancipati?
A mio avviso, no.

Si tratta spesso soltanto di un avanzamento lungo la scala del consumo: un upgrading economico, una catena un po’ più lunga rispetto alla cuccia nel giardino dell’economia dominante.
Una catena che può far percepire come libertà ciò che resta, in realtà, una forma di dipendenza. Una sorta di sindrome di Stoccolma che induce lo schiavo ad amare la propria condizione.

L’emancipazione, invece, consiste nel vivere nella consapevolezza del proprio essere e nel darsi regole proprie.
La consapevolezza è un percorso complesso, spesso scomodo, che mette in discussione certezze e valori introiettati. Richiede la decostruzione del castello di norme, convenienze e bugie costruito attraverso educazione e istruzione, per poter poi definire un proprio decalogo etico, morale e comportamentale.

Non è una via affollata. È più facile adattarsi, ottenere riconoscimento sociale attraverso la performance, essere cittadini obbedienti e valutati positivamente.
Ma se davvero si desidera essere liberi ed emancipati, forse le strade difficili sono preferibili a quelle comode.

Come sempre, è una questione di scelte.
A patto che siano davvero libere.

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