6 Ottobre 2026, martedì
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C’era una volta la sinistra

Dall’indignazione alle promesse tradite: anatomia di una disaffezione annunciata e del vuoto politico che ha spalancato le porte al presente.

RIFLESSIONE

A cura di Gilberto Borzini

C’era una volta l’indignazione. Si poteva percepire nell’aria e persino toccare con mano nelle piazze dei Vaffa. Poi l’indignazione ha presentato il conto: l’uno vale uno si è rivelato un dramma, perché nella vita come in politica c’è chi vale e c’è chi no. E la manovalanza eletta si è dimostrata fragile, di scarsa competenza, talvolta persino – e purtroppo – grottesca.

C’era una volta un leader di professione guitto. Ma il guitto aveva idee e capacità di trascinamento. Poi vennero la compostezza, il formalismo, la palude dei codicilli e dei regolamenti, necessari ma sufficienti a smorzare gli entusiasmi. Una comunicazione ridotta a volantinaggio elementare, nel senso del livello scolastico: incolore, insapore, incapace persino di attirare attenzione, altro che persuadere.

C’era una volta Greta e l’Ultima Generazione. Poi il clima è tornato stagionale e l’energia è tornata fondamentale e, in assenza di soluzioni migliori, anche il fossile è tornato ad andare bene.
L’Ultima Generazione, piagnona e apocalittica, si è dissolta nell’indifferenza, mentre Greta salta da una ONG all’altra, spesso non riconosciuta, quasi dimenticata.

C’era una volta il genere sessuale, e carri fioriti e musicanti attraversavano le città. Poi si sono fatti i conti con la denatalità, con pochi figli e troppi pensionati, con migranti partorienti che prima incassano e poi spariscono e con migranti residenti che non sempre si fanno apprezzare, in virtù di atteggiamenti che l’eufemismo vorrebbe definire solo un po’ eccessivi.

C’era una volta l’accoglienza cristianamente doverosa. Poi vennero fuori la moglie impellicciata del portavoce stivalato, i conti correnti, le ville, i patrimoni. E quello che diceva che con l’accoglienza si fanno più soldi che con la coca. Allora il dubbio divenne la certezza dell’ennesima fregatura.

C’era una volta il lavoro, con la sua dignità. E c’erano voluti secoli per affermarla: per arrivare allo Statuto dei Lavoratori, a regole giuste e severe, a disciplina, formazione e sicurezza. Poi venne il Rottamatore e fece strame delle regole, ridusse in cenere i sindacati, inventò il Jobs Act e il precariato.

C’era una volta il commercio e l’impresa familiare, che assicuravano se non ricchezza almeno stabilità. Poi vennero le lenzuolate che travolsero il valore dell’esercizio. E arrivarono le aggregazioni, la grande distribuzione, i parchi commerciali, internet e i delivery. I centri urbani si svuotarono di esercizi, famiglie, speranze e possibilità.

C’era una volta una CEE in cui circolavano monete diverse e funzionali. Poi venne l’euro e ci trovammo, da un giorno all’altro, a spendere il doppio e guadagnare la metà.

C’erano una volta le pensioni e un sistema di welfare accettabile. Poi venne “ce lo chiede l’Europa” e comparve lo spettro della miseria, che si aggira nelle vite dei più deboli e degli anziani.

C’erano una volta le industrie. Poi vennero le privatizzazioni: nuove oligarchie, fondate su amicizie e appartenenze, che moltiplicarono i costi riducendo i servizi.

C’era una volta la speranza. Poi vennero i banchi a rotelle e i bonus monopattino, i green pass e i crediti edilizi. E la speranza si spense, senza che la povertà venisse sconfitta.

C’erano una volta i giornali dai titoli rossi, le piazze piene e gli oratori attesi. Poi vennero i talk show e le compagini sodali di commentatori: sempre gli stessi, in ogni trasmissione, fedeli alle medesime battute sotto ogni format. Teatrini di paludati rappresentanti del nulla che, nella palude della noia, affondano l’informazione.

C’è ancora, allora, chi si sorprende della disaffezione sviluppatasi attorno alle promesse tradite?
C’è chi riesce davvero a stupirsi del vuoto siderale che separa la politica praticata dall’elettorato potenziale?
Davvero continuiamo a meravigliarci di quel 50 e passa per cento che non accetta il rito elettorale, che non si sente rappresentato?

A ben guardare, la destra politica non ha dovuto fare nulla per giungere al potere: è stato sufficiente lasciare che la sinistra collezionasse errori, a raffica. Una sinistra che ha abbandonato la classe lavoratrice per approdare ai porti sicuri della finanza globale, che ha preferito Soros e Rothschild a Marx e Gramsci.

Perché, a mettere in fila i puntini, gli attori e i protagonisti della debacle appartengono tutti al medesimo campo, si chiamino Prodi o Bersani, Renzi o Monti, Conte o Di Maio.

Ma quello è il passato. Il presente, invece, si impantana nel campo santo delle idee, altro che campo largo. Proteste di poca portata, editti proclamati a gran voce cui non segue che aria. Lo sfacelo di un partito che fu gigantesco, ridotto a multiproprietà zeppa di correnti. Un concetto stesso di “sinistra” che si preferisce non evocare, parlando piuttosto di progressismo, mascherando nel lessico l’assenza di visione. L’incapacità di mettere insieme un manifesto programmatico. Sbandieramenti di vestiti rossi o pieghevoli protestatari subito rapiti dai commessi camerali: puro spettacolo, in cui manca solo la scarpa sbattuta sul tavolo modello Krusciov per scatenare un’ondata di ilarità planetaria.

Povero Nanni, che si domandava dove si volesse andare con la classe dirigente del suo tempo: monumenti di coerenza e competenza rispetto all’oggi.

Serve tornare a parlare di lavoro.
Serve tornare a parlare di pensioni.
Serve tornare a parlare di sanità.
Serve tornare a parlare di scuola.

Servono progetti e capacità di visione.
Servono dati su cui misurarsi e proposte di innovazione organizzativa e strutturale.
Serve rinforzare l’area sindacale, rinvigorendone la capacità di confronto.
Serve risolvere i mille tavoli di crisi aziendali.
Serve una classe politica capace di bucare gli schermi e coinvolgere su parole d’ordine precise.
Servono commentatori che non pongano ogni sera le stesse domande ai soliti noti dalle risposte già sentite, ma che incidano con la loro capacità dialettica la carne degli ospiti di governo, evidenziandone la pochezza di idee e di soluzioni.
Serve una sinistra d’azione: movimentista, fortemente protestataria, capace di azioni eclatanti quanto di analisi economiche puntuali e indiscutibili.
Servono aree di studio sociologico ed economico per misurare le performance negative del governo e proporre soluzioni alternative.
Serve una comunicazione che superi gli schemi delle assemblee universitarie del secolo scorso.
Serve parlare, scrivere e interpretare argomenti seri: quelli che la popolazione vive sulla propria pelle e per i quali chiede risposte.

Serve una visione della società e la volontà di ridare speranza.

Diversamente, la sinistra continuerà a franare. Come Niscemi.

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