A Cura di Gilberto Borzini
Non siamo anime belle.
Ne abbiamo viste tante: interrogatori violenti e fucilazioni, guerre, massacri e stupri di massa, violenze gratuite e attentati sanguinari, napalm e mine antiuomo, linciaggi e torture.
Eppure ciò che sembra emergere dai cosiddetti Epstein Files appartiene a un pianeta diverso. Un mondo popolato da quelli che non ti aspetti: da chi sale su un palco e ti spiega come sarà il mondo grazie alle sue idee, come verrà organizzata l’informazione attraverso la sua tecnologia; da figure le cui parole, nel tempo, hanno infiammato o inquietato, incuriosito o deluso.
Che il potere tenda ad assumere la qualità dell’assoluto è storia antica: storia di tiranni e faraoni, di imperatori e persino di sciamani. Ma se per noi comuni mortali l’esistenza impone di cedere il Principio di Piacere per assumere quello di Realtà, per il potente avviene l’inverso: la Realtà diventa essa stessa Principio di Piacere. È un ribaltamento netto, radicale, dei fondamenti della psicologia freudiana.
Una rappresentazione del mondo
Secondo Freud, la repressione degli istinti sotto il principio di realtà viene imposta e mantenuta dalla penuria, dalla scarsità: è l’esperienza del limite a insegnare che non è possibile soddisfare liberamente impulsi e desideri, che non si può vivere seguendo esclusivamente il principio di piacere.
Si tratta, in definitiva, di un processo economico.
Ed è proprio questo processo a essere smentito dal suo opposto: dai comportamenti attribuiti ai miliardari citati negli Epstein Files, individui per i quali penuria e scarsità sono concetti astratti, e che quindi proiettano la propria esistenza interamente nel principio di piacere, assumendolo come format della realtà stessa.
Poco importa se, per applicare quel format, si rapisca e si costringa, si violenti o si sacrifichi; se si utilizzino corpi e anime di giovanissime malcapitate o se si giunga — come sostengono voci isolate ma persistenti — persino al consumo di cibo sacrificale, avanzo di donazioni involontarie d’organi.
Si pensava che simili racconti potessero nascere solo da fantasie malate di scrittori d’accatto o da immaginazioni depravate; ma la realtà, ancora una volta, supera la più deviante delle finzioni.
Vale allora la pena chiedersi cosa accadrà quando milioni di individui senza lavoro, perennemente connessi a tastiere e mondi informatici, trasformeranno le proprie esistenze in format di piacere, sfuggendo — tecnologicamente o meno — alla dimensione del reale.
Quando, come ho scritto altrove, l’agnosticismo dilagante darà corpo alle parole di Alëša Karamazov: se Dio non esiste, tutto è permesso.
Qua e là i primi riscontri sono già evidenti: nell’aumento delle violenze gratuite, delle risse, dei coltelli, delle sopraffazioni, degli abusi sessuali, del coinvolgimento dei minori.
È il format inaugurato dai sodali di Epstein che si volgarizza e si popolarizza; che discende dal pianeta dei miliardari a quello dei miserrimi imitatori del lusso, copia contraffatta dell’inaccessibile.
È la smania dell’emulazione: la ricerca di copie a basso prezzo di orrende mode firmate, desiderate non per qualità o bellezza ma per il solo fatto di essere tali. Non conta l’estetica, non conta il valore: conta la riproduzione simbolica dell’inaccessibile griffato.
E sia chiaro: questo è il format del capitalismo. Dello sfruttamento del ricco sul povero, del padrone sullo schiavo, del potente sul nullatenente.
È l’Illuminismo disegnato da de Sade, per il quale il Potere o è totale o non è.
È l’ossessione del Superuomo nietzscheano che si libera dai vincoli della morale comune per costruirne una propria, esclusiva, per farsi governare “esclusivamente dalla propria e insindacabile morale”, unico limite possibile all’azione — per usare parole oggi tristemente familiari.
Uno scenario degno di Pasolini e delle 120 giornate di Sodoma, con i suoi gironi infernali nei quali gli sventurati vengono catapultati e immersi per il diletto distratto dei potenti.
Ricatti e condizionamenti
Vi è poi l’aspetto politico: quello che registra azioni e scambi, vicende e relazioni; che costruisce archivi spregiudicati utili al ricatto e alla pressione; che fotografa e replica in video le perversioni degli adepti, rendendoli prigionieri non solo delle proprie pulsioni, ma di chi le documenta e ne conserva le prove.
Una sola certezza emerge con nettezza: il castello di infamie è tale che, se anche solo un terzo delle verità nascoste negli Epstein Files venisse alla luce, l’intero edificio della politica e dell’economia del capitale andrebbe in frantumi.
Il sistema di potere occidentale crollerebbe come sotto uno tsunami, cancellando l’esistente.
Così prende corpo l’ipotesi che dietro l’immenso ricatto vi sia la zampa dell’Orso, la lunga mano dello Zar. Come se l’identità del regista potesse attenuare la gravità delle azioni; come se seviziare e violentare con la mediazione di un complice piuttosto che di un altro facesse differenza alcuna.
È il disperato tentativo di depistare, di sviare l’attenzione, di infangare prima di essere sommersi dal fango. Di attribuire al nemico una rete spettacolare di perversioni in cui gentiluomini malaccorti sarebbero, per disgrazia, incappati.
Così non è.
La vicenda degli Epstein Files è una vicenda Made in USA. È la cartina di tornasole della mentalità del capitale statunitense e dei suoi sodali internazionali.
È una questione a stelle e strisce, e non si tenti di intorbidire acque già fin troppo torbide.
Preghiamo, se vogliamo, per le vittime di quell’orrore.
E agiamo, se possiamo, perché non si ripeta.
